Articolo a cura del dott. Matteo Albertinelli e del team di TuoPsicologo a Padova e Online.
Un figlio adolescente fuori controllo può significare cose diverse per famiglie diverse.
Può significare aggressività, rifiuto delle regole, comportamenti rischiosi o frequentazione di cattive compagnie. Sono situazioni che mettono sotto pressione i genitori e possono farli sentire privi di controllo sulla situazione e sul proprio figlio.
Questo è uno dei problemi per cui io e i colleghi di TuoPsicologo veniamo più spesso contattati come studio di psicologi che si occupano di adolescenti. Si tratta di difficoltà che possono far soffrire profondamente tutta la famiglia. È naturale che i genitori si preoccupino per il benessere dei figli e desiderino una situazione più serena in casa. Negli ultimi anni è diventato più comune chiedere aiuto e confrontarsi con uno psicologo per affrontare meglio queste difficoltà.
Quand’è che un adolescente è davvero fuori controllo?
Un comportamento oppositivo o una fase di ribellione non significano necessariamente che ci sia un disturbo o che il ragazzo sia “fuori controllo”. Durante l’adolescenza è normale mettere alla prova i limiti, cercare maggiore autonomia e discutere con i genitori.
È importante, però, riflettere su quanto sono intensi e quanto sono frequenti questi comportamenti e a quali conseguenze portino. Di solito, si tratta di situazioni che meritano una particolare attenzione quando gli episodi sono persistenti, peggiorano nel tempo o compromettono la sicurezza sua e degli altri, il rapporto con la scuola, le sue relazioni e la vita familiare.
Segnali d’allarme
Facciamo un esempio concreto di quali sono i segnali a cui prestare particolare attenzione:
- aggressioni fisiche o minacce rivolte ai familiari o a persone esterne alla famiglia;
- distruzione di oggetti durante gli scoppi d’ira; sono ad esempio frequenti le porte rotte e i danni ai mobili della camera;
- fughe da casa o assenze prolungate senza fornire informazioni;
- uso frequente o rischioso di alcol, cannabis o altre sostanze;
- comportamenti pericolosi (es. guida pericolosa, attività sessuale senza protezione, cercare risse);
- calo scolastico significativo;
- isolamento marcato o cambiamenti importanti nel sonno e nell’alimentazione;
- autolesionismo;
La presenza di uno di questi segnali tende a indicare che non è sufficiente aspettare che il problema passi spontaneamente.
Se c’è un pericolo immediato per il ragazzo o per qualcuno in casa, se sono presenti minacce concrete, armi, ferite importanti, grave alterazione dovuta a sostanze o rischio di suicidio, la priorità è chiedere aiuto urgente chiamando il 112 o rivolgendosi al pronto soccorso. In queste situazioni i genitori non devono cercare di gestire da soli la crisi né affrontare fisicamente il ragazzo, se questo aumenta il pericolo.
Cosa fare durante una crisi
Se tuo figlio sta urlando, provocando, alzando le mani o rompendo oggetti, la situazione è già difficile da gestire. In quel momento l’obiettivo non può essere vincere la discussione, ottenere delle scuse o spiegare tutto nei dettagli: è improbabile che il ragazzo riesca ad ascoltare mentre è travolto dalla rabbia.
La priorità è che nessuno si faccia male nell’immediato e, contemporaneamente, che si abbassino i toni.
Per cominciare, può essere utile:
- mantenere un tono fermo ma non provocatorio o ironico;
- non mettersi a discutere;
- evitare di controreagire con provocazioni, insulti o minacce;
- se la discussione coinvolge altri familiari, come ad esempio un fratello minore, può essere importante allontanarlo per evitare che la sua presenza contribuisca ad alzare i toni;
- mantenere la distanza ed evitare il contatto fisico, che tende ad aumentare ulteriormente la tensione
Come dicevo, se la situazione diventa pericolosa per chi è presente, chiedi aiuto al 112. Non è necessario e non serve affrontare da soli una crisi caratterizzata da violenza, minacce concrete o rischio di autolesionismo. Ricorda inoltre che questa può essere un’esperienza rassicurante per il ragazzo stesso, perché gli dimostra che hai saputo gestire una situazione difficile.
Fatta questa precisazione importante, resta aperta una domanda centrale: se la situazione non è così grave da non poter ragionare con lui, che cosa può fare concretamente un genitore quando il figlio sembra incontenibile e ogni tentativo di discussione fallisce?
Possiamo dividere queste situazioni in due grandi gruppi: quelle in cui un intervento autorevole dei genitori è utile e necessario e quelle in cui può rivelarsi più dannoso che altro.
Questa distinzione dipende in gran parte dal tipo di personalità del ragazzo.
Ora farò degli esempi, ma teniamo conto che descrizioni di questo tipo servono soprattutto per far riflettere chi legge questo testo: “In quale situazione mi riconosco? Che cosa vedo succedere a casa mia?”.
Insomma, si tratta soprattutto di uno spunto utile ad iniziare a sentire di avere un po’ più di presa sulle dinamiche che stanno vivendo e, parallelamente, sui bisogni specifici di quel ragazzo.
No. Essere autorevoli non significa ricorrere automaticamente alla punizione o al rimprovero. Significa rappresentare un limite chiaro, mantenere una posizione ferma e aiutare l’adolescente a comprenderne progressivamente il senso.
Ragazzi che cercano una guida
Un adolescente che possiede una certa dose di funzionale senso di colpa, cioè quello che aiuta a distinguere ciò che è giusto da ciò che è sbagliato, in realtà si aspetta l’intervento dei genitori. Potrà comportarsi come se avesse il controllo completo della situazione, ma dentro di sé desiderare che qualcuno gli mostri la strada.
Questa disposizione positiva al senso di colpa è quella che aiuta tutti noi a capire che cosa è utile fare e che cosa è meglio evitare nella vita. Ci permette di distinguere i comportamenti che ci fanno sentire soddisfatti di noi stessi da quelli che sono rischiosi o potenzialmente dannosi, anche solo per la nostra autostima.
Gli adolescenti che hanno queste caratteristiche non aspettano altro che di ricevere una strigliata e di testare il fatto che i genitori che gliela danno non sono tanto disposti a cedere terreno. Si potrebbe dire che questi genitori “lo aiutano a rappresentarsi efficacemente il senso del limite”.
Sono tipicamente le situazioni in cui un adolescente sente di non avere gli strumenti per affrontare una certa difficoltà.
Contemporaneamente, però, sente di non poter chiedere aiuto tanto facilmente perché ha bisogno di preservare la propria autonomia, la propria libertà di scelta. Vive una situazione di conflitto.
Di conseguenza, un ragazzo così può finire per atteggiarsi e comportarsi come se avesse il controllo completo delle dinamiche con i genitori, mentre dentro di sé spera soltanto che qualcuno lo aiuti a orientarsi nel mondo.
Sì. Un adolescente può comportarsi come se avesse il controllo completo della situazione e, allo stesso tempo, sentire di non avere gli strumenti per affrontarla. In questi casi può avere bisogno di una presenza adulta capace di orientarlo, senza sostituirsi completamente a lui.
Esempi pratici
Gli esempi di situazioni simili possono riguardare contesti molto diversi:
- Situazioni apparentemente banali e quotidiane di tensione, come quelle legate alle difficoltà scolastiche (“non voglio studiare! A cosa serve studiare?! Non mi porta a nulla!“)
In questi casi il conflitto può assumere la forma di un braccio di ferro tra genitori e ragazzo. I genitori cercano di insistere sull’impegno scolastico, mentre l’adolescente nega ogni utilità dello studio, sentendosi obbligato ad impegnarsi inutilmente.
- Situazioni di tensione molto più intensa come quelle che riguardano adolescenti che si mettono nei guai con la giustizia e hanno bisogno di toccare con mano l’esperienza rassicurante degli adulti che lo aiutano a fermarsi, si mettono di traverso, che non gli lasciano fare qualsiasi cosa.
Beninteso, non è che appena arriva la presenza autorevole dell’adulto, sotto forma di punizione, rimprovero o discorso fatto a voce alta si fermi tutto improvvisamente.
Di solito è necessario ripetere il messaggio nel tempo per riuscire a costruire un vero dialogo con l’adolescente.
Questo dialogo è uno dei principali strumenti attraverso cui un adolescente come quello che stiamo descrivendo qui, cioè un ragazzo che cerca di trovare un equilibrio fra autonomia e regolazione da parte degli adulti, può elaborare le proprie difficoltà.
L’obiettivo non è soltanto fargli capire che deve cambiare comportamento, ma aiutarlo a comprendere il significato dei limiti e ad assumerli progressivamente come propri, capendone il senso.
Un limite può essere utile quando l’adolescente non ha ancora gli strumenti per affrontare una difficoltà o sta assumendo comportamenti rischiosi. Il limite diventa più efficace quando viene mantenuto nel tempo e accompagnato dal dialogo, così che il ragazzo possa comprenderne il significato e farlo progressivamente proprio.
Perché un rimprovero, una punizione o un discorso non producono necessariamente un cambiamento immediato. Di solito è necessario ripetere il messaggio nel tempo e costruire un dialogo che aiuti l’adolescente a comprendere il senso del limite e a desiderare comportamenti diversi.
Il limite non produce un cambiamento immediato
L’imposizione dei limiti dall’esterno e la disciplina sono efficaci quando l’adolescente le fa sue, cioè quando riconosce i vantaggi del cambiamento. Per essere più chiari: questo non avviene solo quando capisce razionalmente il senso del cambiamento che gli viene richiesto, ma quando lo fa suo, perché arriva a mettere in pratica comportamenti diversi di cui è lui stesso soddisfatto.
È come se l’adolescente dicesse a se stesso:
- “Studio perché mi dà soddisfazione, mi serve e non ho paura né di mettermi alla prova né del mio futuro“
- “Mi comporto bene con mia madre (invece di aggredirla) perché non mi sento troppo piccolo se mi vengono date delle regole: so che servono e non c’è bisogno che io pensi di poter fare qualsiasi cosa mi venga in mente per essere veramente libero e autonomo“.
Famiglie di figli fuori controllo
Famiglie in cui si ascolta molto (troppo?)
Spesso le famiglie che si trovano in difficoltà davanti a un adolescente che esprime questo tipo di bisogni emotivi sono le famiglie in cui, paradossalmente, c’è una certa propensione al dialogo fra genitori e figli.
Questi problemi non si presentano certo solo in questo tipo di famiglia, però rappresentano un esempio frequentissimo e utile da osservare.
Quello che accade è controintuitivo.
Le intenzioni dei genitori sono sicuramente positive e utili sul piano educativo: “Ti chiamo ad assumerti la responsabilità delle cose che fai in modo autonomo. Ci devi pensare, devi essere tu a decidere“.
Questa offerta di rispetto e autonomia, temi caldi per un adolescente, può presentare un difetto: l’adolescente rischia di sentirsi troppo solo, troppo presto.
Il rischio, insomma, è quello di offrirgli una possibilità che non sa ancora raccogliere. L’adolescente può allora sentirsi disorientato, chiudersi sempre più in se stesso e arrivare a esprimere il proprio disagio attraverso i comportamenti ribelli, aggressivi o rischiosi che abbiamo iniziato a descrivere.
L’atteggiamento ribelle, la rabbia, l’aggressività, i comportamenti problematici e rischiosi (compresi eccessi con il bere, sperimentazioni precoci con sigarette e cannabis) possono segnalare uno stato di allarme che merita di essere ascoltato.
Questi atteggiamenti e comportamenti possono essere l’unico modo che un ragazzo ha a disposizione per dire “Guarda che io non ce la faccio a fare questa cosa“.
Si tratta, chiaramente, di un modo di mandare un messaggio che è molto difficile da ascoltare (… e sopportare). Di conseguenza, i genitori possono:
- faticare a riconoscere, dietro il comportamento problematico, una richiesta di aiuto;
- temere di soffocare l’adolescente con le proprie idee e imposizioni;
- scegliere di lasciarlo “libero di sbagliare e di scegliere”, anche quando non è ancora in grado di gestire davvero quella libertà.
Ma siamo sicuri che quel ragazzo riesca a farcela da solo?
Una domanda utile è: “Mio figlio sta vivendo una quantità di ansia sufficientemente contenuta da riuscire a gestirla?”. L’autonomia non va valutata soltanto in base a ciò che il ragazzo chiede, ma anche in rapporto alle risorse che mostra in quel momento.
Un adolescente può desiderare di fare da solo e, contemporaneamente, avere ancora bisogno di una presenza adulta vicina.
Autonomia e guida: trovare il giusto equilibrio
In queste situazioni i genitori devono anche osservare con attenzione il proprio atteggiamento:
“Sono sicuro di quello che sto facendo? Sto cercando di sostenerlo oppure rischio di lasciarlo a se stesso perché faccio fatica a seguirlo? La libertà che gli concedo è davvero adeguata alle sue risorse?”
Lasciare libero un adolescente può essere importante, se il genitore continua a osservare ciò che accade e rimane disponibile a intervenire quando serve. L’autonomia non consiste nel lasciare il ragazzo completamente solo, ma nel permettergli di sperimentarsi con una presenza adulta proporzionata alle sue capacità.
Altrimenti, il rischio è quello di trovarsi davanti a un ragazzo che dice “Io voglio cucinare” e di sentirsi obbligati a lasciarlo fare anche se si sa che manderà a fuoco la cucina… finendo per sentirsi umiliato davanti alla sua incompetenza e molto in colpa con i genitori che ha deluso.
Questo senso di fallimento e delusione è qualcosa che alimenta e peggiora ulteriormente l’atteggiamento aggressivo o provocatorio, perché il senso di umiliazione tende a essere difficile da sopportare per ragazzi così. (Vedi a es. Beltran 2021; Lopez-Mora et al. 2024; Hendriks et al. 2022).
In breve: insegnare l’autonomia è importante, ma ciascun genitore deve anche saper sostenere il figlio nei momenti critici, accompagnandolo fino a quando non dispone delle risorse necessarie per essere davvero autonomo.
Questo è importante in particolare per i genitori che, per loro indole, sanno di fare fatica ad imporsi.
No. Lasciare spazio all’autonomia significa permettere all’adolescente di sperimentarsi, continuando però a osservare ciò che accade e intervenendo quando le sue risorse non sono sufficienti. Il genitore non deve sostituirsi costantemente al figlio, ma nemmeno lasciarlo solo davanti a compiti che non è ancora in grado di affrontare.
Famiglie esasperate
Quando il figlio sembra cercare i genitori solo per ottenere qualcosa
E quando capita la cosa opposta?
Ci sono situazioni in cui un ragazzo
- contravviene alle regole;
- mette in atto comportamenti che preoccupano i genitori;
- scompare senza dare notizie sull’ora cui tornerà e tratta la casa come il proverbiale albergo;
- avanza delle pretese e poi si sottrae a ogni scambio affettuoso con i genitori.
Poi, improvvisamente, quando ha bisogno di qualcosa e lo esprime con una richiesta economica banale (“ho bisogno di questo, comprami quello“), può improvvisamente avvicinarsi a loro e mostrarsi affettuoso.
I genitori finiscono così per sentirsi usati e iniziano a percepire il figlio come un approfittatore. Diventa difficile capire come comportarsi e non ci si capisce più.
Non è possibile comprendere il significato di questo comportamento senza osservare la situazione nel suo insieme. Una richiesta improvvisa di vicinanza può essere vissuta dai genitori come manipolatoria, ma può anche esprimere il bisogno del ragazzo di mantenere un legame con loro senza riuscire a mostrarlo in modo stabile e diretto. È importante porre dei limiti alle richieste, senza trasformare ogni momento di contatto in una conferma del fatto che il figlio si stia approfittando dei genitori.
Quando le regole non lasciano traccia
A differenza della situazione familiare che abbiamo esaminato prima, qui stiamo parlando di genitori potenzialmente molto disponibili a prendere in mano la situazione e a dire: “Devi fare così, devi fare colà! Da questo momento ci saranno delle regole!”.
Alcuni ragazzi, però, tendono a non rispettare queste regole. E anche quando, per un certo periodo, sembrano rispettarle, è come se i limiti non lasciassero alcuna traccia.
È come se tutto si ripetesse sempre identico: le infrazioni continuano, lui continua a fare quello che vuole e ci si sente emotivamente sempre più distanti.
Il bisogno di sentirsi capace di gestire la propria vita
Le dinamiche di fondo sono simili a quelle già descritte: a un certo punto quell’adolescente dovrà assumersi la responsabilità delle cose che fa nella sua vita. Il problema sta nel fatto che non riesce ancora ad assumersi questa responsabilità.
Come abbiamo visto, però, per alcuni ragazzi i rimproveri possono alimentare un senso di colpa così intenso da diventare difficile da gestire, per loro, soprattutto quando sono già molto insicuri o vulnerabili.
I genitori allora sembrano trovarsi con le mani legate: il ragazzo si comporta male ma non accetta aiuto. Come gestire la situazione?
In queste situazioni specifiche può essere utile considerare un altro aspetto: il ragazzo potrebbe avere bisogno, prima di tutto, di sentirsi capace di gestire qualcosa da solo. Solo partendo da una maggiore fiducia nelle proprie possibilità potrà sviluppare gradualmente la capacità di autoregolazione e di riflessione critica sui propri comportamenti.
Nei ragazzi che abbiamo descritto precedentemente, questa capacità è più sviluppata e quindi non necessita di grande attenzione.
Autonomia e autostima: perché il “no” resta necessario
Il genitore che prova a dare delle regole a un ragazzo di questo tipo può avere la sensazione che ogni limite venga smontato con una chirurgica precisione e venga sovvertito.
È come tentare di difendersi da una folla inferocita con un basso steccato di legno: non c’è possibilità, le forze della folla sono troppo superiori, a un certo punto bisogna gettare la spugna.
Per quanto ci si impegni a essere decisi nel proprio atteggiamento educativo, ci sarà sempre bisogno della complicità dell’adolescente. Se il ragazzo si oppone, non c’è regola che tenga e stimolare ulteriormente quel conflitto rischia di essere semplicemente controproducente.
Come abbiamo visto, in questi casi bisogna cercare una via d’accesso diversa, cioè passare per il loro bisogno di cercare la soddisfazione di sentire una fiducia maggiore nelle proprie capacità.
Alcuni ragazzi, cioè, sono molto più raggiungibili se si rinforza la loro autostima e il loro senso di autonomia. Poi, saranno prevalentemente loro a pensare ad autoregolarsi.
Ricordiamo, inoltre, che queste non sono categorie rigide. Lo stesso adolescente può avere bisogno di una guida in alcuni momenti e rifiutarla in altri, soprattutto quando si sente inadeguato, umiliato o troppo esposto al giudizio dei genitori.
No. Rafforzare l’autostima non significa eliminare ogni limite. Un adolescente ha ancora bisogno che i genitori dicano di no quando sono in gioco la sicurezza, il rispetto degli altri o le regole della convivenza. Il punto è proporre il limite senza trasformarlo ogni volta in una battaglia personale, lasciando spazio alla responsabilità e alla riflessione del ragazzo.
Quando il ragazzo torna a cercare vicinanza
Questo non significa di certo che i genitori non debbano mai dire “no”.
Anzi, rinunciare completamente a intervenire sul comportamento sarebbe rischioso.
L’obiettivo è quello di creare le condizioni perché il ragazzo possa arrivare a capire di essere in difficoltà e a maturare le condizioni per cambiare, come accettare l’aiuto degli adulti.
Quindi, non intervenendo direttamente sul comportamento, prima o poi quel ragazzo sentirà che non è capace veramente di gestire le situazioni in cui si mette da solo.
Ad esempio:
- il fatto che lui faccia il tiranno in casa pur avendo bisogno ancora della guida e della vicinanza emotiva dei genitori,
- può far sì che appena li sente emotivamente distanti o troppo delusi da lui
- possa allora iniziare a sentirsi in colpa e volersi riavvicinare. Sarà l’adolescente stesso, a quel punto, a cercare un modo di far funzionare le cose.
Ovviamente, tutto questo è possibile quando le infrazioni del ragazzo restano entro limiti di sicurezza accettabile. Altrimenti, bisogna intervenire in modo più diretto (la sicurezza, infatti, viene prima della comprensione ed è un prerequisito della crescita psicologica).
Il ciclo tra controllo e distanza emotiva
Se a quel punto i genitori non sono emotivamente disponibili il ciclo finirà sostanzialmente per ripartire:
- il figlio si arrabbia,
- inizia a pensare di dover onnipotentemente essere lui quello che detta le regole
- e questo lo porterà inevitabilmente a stare male, perché è troppo giovane per avere un’idea molto chiara di come funziona il mondo e quindi essere capace di non fallire, di tanto in tanto.
Ad esempio, un litigio può spingere il ragazzo a riversare il suo atteggiamento provocatorio a scuola, dove però troverà inevitabilmente meno tolleranza davanti ai suoi comportamenti. Di conseguenza, finirà probabilmente per sentirsi frustrato dalla generale mancanza di controllo e riconoscimento con cui si scontra.
Un passaggio importante avviene quando l’adolescente inizia a comprendere che essere grandi e autonomi non significa poter fare sempre ciò che si vuole.
Essere autonomi significa anche riconoscere i limiti imposti:
- dalla convivenza civile (“io rispetto te, tu rispetti me”);
- dalla necessità di proteggere la sicurezza di tutti (“per quanto tu mi faccia arrabbiare, non alzo le mani. Quello si fa, al limite, se si viene assaliti da un malvivente, non quando c’è modo di parlare e soprattutto non fra genitori e figli”);
- dalla realtà del fatto che spesso avere comportamenti “fuori controllo” ha conseguenze negative indesiderabili (es: perdita della fiducia degli altri).
Quando il ragazzo riesce a riconoscere questi limiti, può diventare più disposto a chiedere aiuto ai genitori. In quel momento avrà bisogno di trovare adulti emotivamente disponibili a sostenerlo!
Questo può non essere per nulla semplice, davanti a un ragazzo che “ce ne ha fatte vedere di tutti i colori”. Però, va fatto. Altrimenti, il rischio è che sia tentato di tornare ben presto al solito “decido tutto io, con le buone o con le cattive”.
Rompere il ciclo
Spesso il lavoro psicologico con i genitori in questo tipo di situazioni ha a che fare con il mantenere un buon senso di fiducia nei confronti della propria importanza nella mente del figlio.
Spesso, difatti, ci si trova a fare i conti con dei genitori che per mille ragioni si sentono molto messi in discussione dai ragazzi e finiscono per mettere in discussione loro stessi, a pensare di non essere bravi.
Questo non può che generare ansia e alimentare un nuovo ciclo di incomprensioni:
- provo a controllarti;
- mi accorgo che non riesco a controllarti;
- o inasprisco le punizioni e mi arrabbio sempre di più;
- oppure divento emotivamente distante;
- il ragazzo reagisce con nuova frustrazione, rabbia, comportamenti rischiosi e impulsivi, ecc.;
- tutto si ripete da capo.
Uscire da questo ciclo non significa rinunciare al ruolo genitoriale. Significa mantenere i limiti necessari senza trasformare ogni conflitto in una prova del proprio valore o dell’amore del figlio.
Cosa fare quando mio figlio torna a cercarmi dopo avermi trattato male?
È possibile accogliere la sua ricerca di vicinanza senza fare finta che non sia successo niente. Il genitore può mantenere il limite sul comportamento e, allo stesso tempo, comunicare di essere disponibile a capire cosa sta accadendo. Vicinanza e fermezza non sono opposti: il ragazzo può avere bisogno di entrambe.
Aiuto psicologico per famiglie e adolescenti
Quando i genitori chiedono allo psicologo di punirli(!)
Spessissimo, quando i genitori vengono a parlare di queste situazioni con uno psicologo, sono ben disposti a consegnargli tutto un arsenale, dicendogli pressappoco:
“Abbiamo sbagliato, abbiamo fatto un disastro e adesso ci punisca e ci mostri la retta via“.
Questo atteggiamento viene peraltro rinforzato dalle persone attorno a loro. Famiglie con situazioni diverse, parenti, conoscenti spesso fanno a gara nell’offrire soluzioni: “Ma basta far così, basta far colà e tutto si risolve“.
Questi consigli possono assumere forme molto diverse, che vanno dal “chiudilo nella sua stanza, mettilo a pane e acqua” al “crescerà, devi solo aspettare“, come se fosse un fungo che esce fuori dalla corteccia di un albero.
Come abbiamo visto, però, non servono né la durezza né l’indulgenza fini a loro stesse.
Dalla colpa alla possibilità di intervenire
Quello che viene rappresentato da questi consigli un po’ sbrigativi è qualcosa che rischia di trovarsi in forte accordo con il senso di confusione e colpa dei genitori che tendono ad autorimproverarsi: in questo tipo di situazioni viene minata la sensazione dei genitori di poter avere un minimo di controllo sulla situazione che hanno davanti.
Quando sono presenti aggressività, scontri molto accesi o comportamenti rischiosi, è facile perdere la bussola. I genitori possono iniziare a chiedersi:
- “Dove abbiamo sbagliato?”
- “Siamo stati troppo permissivi?”
- “Siamo stati troppo severi?”
- “Perché non riusciamo più a farci ascoltare?”
Eppure, ironia della sorte, proprio i genitori che si pongono queste domande sono quelli che stanno già mostrando la volontà di occuparsi della situazione, di essere autocritici, di imparare ad ascoltare sul serio.
Sarebbe importante che questo atteggiamento venisse sostenuto, non giudicato; anche sul piano sociale.
Se un vicino di casa ha un figlio molto difficile da gestire, non è per nulla utile considerare automaticamente il ragazzo “un disgraziato” o attribuire ai genitori tutta la responsabilità della situazione.
Semplicemente, queste difficoltà familiari sono cose che succedono come mille altre cose difficili nella vita.
Se si riesce a fare lo sforzo di dire:
“Qualcosa non sta funzionando. Che cosa possiamo comprendere e che cosa possiamo provare a fare adesso?“
Quando i genitori riescono a porsi questa domanda senza attribuirsi ogni responsabilità per la personalità o il temperamento del figlio, è più probabile che recuperino la lucidità necessaria per intervenire.
Non necessariamente. Avere difficoltà con un adolescente non dimostra che i genitori abbiano sbagliato tutto. Significa che, in quel momento, le strategie utilizzate non sono sufficienti o non sono più adatte alla situazione. Riconoscere che qualcosa non funziona è un punto di partenza per capire meglio il figlio e modificare il proprio modo di intervenire, non una condanna.
Prima di chiedere responsabilità, bisogna offrire sostegno
Molto spesso i genitori che vivono questo tipo di situazione vengono messi in difficoltà dall’ansia che viene suscitata dal comportamento del figlio.
- Si passa più tempo a pensare a quanto si ha paura di essere carenti come genitori
- che a tentare di interpretare il comportamento del figlio e di leggersi dentro
- e a leggere che cosa renda difficile l’ascolto di quel figlio, agendo in modo coerente con l’interpretazione dei fatti che si riesce a formulare.
Questo può accadere anche quando il genitore propone al figlio qualcosa di ragionevole, ma troppo difficile da mettere in pratica.
Un esempio banale: se un ragazzo mi fa capire che non riesce a fare una scelta, che ha paura ad esempio di essere troppo poco capace di studiare per fare un certo tipo di scuola, se iogli rispondo “Devi fare quello che senti“, cioè quello che quel ragazzo ritiene più giusto, questa è certamente una buona norma generale, e nella vita è bene che si assuma questo tipo di responsabilità, ma può essere troppo presto perché lo faccia.
Bisogna cioè prima di tutto chiedersi se quello che si propone al ragazzo è sufficientemente in sintonia con lui da essere “preso”.
Non basta che un consiglio sia giusto in astratto: deve anche essere abbastanza vicino alle risorse del ragazzo da poter essere ascoltato e utilizzato.
Accompagnare un adolescente nelle sue scelte
Aiutare un adolescente a scegliere non significa decidere al posto suo, ma aiutarlo a valutare le conseguenze, provare concretamente e assumersi una responsabilità che possa sostenere.
In uno specifico momento, aiutare il ragazzo ad assumersi la responsabilità delle proprie scelte può significare offrirgli una rappresentazione concreta di ciò che potrebbe accadere in futuro.
Per esempio, il genitore potrebbe dirgli:
- “Capisco che questa scelta ti preoccupi. Anche se dovesse andare male, però, la cosa importante è che ti dai da fare, perché nella vita è importante darsi da fare e io, caro mio, ho il sospetto che le cose potrebbero andare bene perché hai delle qualità. Non possiamo sapere tutto in anticipo, ma possiamo provare a capire come andrà e metterci alla prova in modo ragionevole. Non buttandoci allo sbaraglio in qualsiasi impresa!“.
Oppure:
- “Vediamo come va il primo quadrimestre. Se sarà necessario, potremo prendere in considerazione anche l’opzione di cambiare scuola. Prima, però, può essere utile darti il tempo di provare e di capire se ce la fai a restare qui: stare qua ti serve a metterti alla prova ed imparare a essere soddisfatto di te proprio quando le cose sono difficili. Bisogna rifiutarsi di accettare situazioni che fanno stare troppo male, ma anche imparare a rafforzarsi allenandosi a gestire quelle meno pesanti”.
Oppure:
- Pensando a ragazzi più trasparenti nel mostrare quello che sentono (particolarmetne quando non stanno bene): “Sai, questa preoccupazione che hai nei confronti della scuola non è tanto diversa da mille altre preoccupazioni che hai tu, hai sempre paura di non essere abbastanza. Devi imparare a essere più sereno rispetto alle tue qualità. La scuola con questo non c’entra nulla“.
In nessuno di questi casi il genitore decide al posto del figlio o pensa al posto del figlio. Allo stesso tempo, non lo lascia solo davanti a una scelta che, in quel momento, potrebbe essere troppo grande per lui.
- Dargli dei rimandi sulle esperienze di vita concrete, ripetuti nel quotidiano, provando ad aiutarlo a capire cosa sente nelle occasioni di confronto emotivamente più cariche
- ha la funzione di aiutare il ragazzo a diventare più capace di osservare se stesso e le proprie reazioni, e quindi più capace di imparare cose nuove da quello che accade intorno a sé, senza rimanere schiacciato dalle proprie ansie.
Quando il ragazzo riceverà un voto basso, potrebbe tornare a cercare il confronto con il genitore e osservare attentamente la sua reazione.
Vorrà capire se il genitore è deluso, se quell’errore cambia il modo in cui lo considera e se è davvero possibile essere una persona valida anche quando non si comprende tutto al primo tentativo.
Attraverso queste esperienze, potrà imparare a distinguere ciò in cui si sente competente da ciò che deve ancora migliorare. Potrà anche comprendere che non è necessario controllare ogni cosa o riuscire bene in ogni situazione per avere valore.
Il compito del genitore non è eliminare ogni frustrazione, ma aiutare il figlio a non confondere un errore con un giudizio definitivo su di sé.
Si può aiutarlo a scegliere mostrando le possibili conseguenze, valutando insieme le alternative e lasciandogli uno spazio reale di prova. Aiutare non significa decidere tutto al suo posto, ma nemmeno rispondere semplicemente “devi scegliere tu” quando il ragazzo è troppo spaventato o disorientato per farlo. L’obiettivo è accompagnarlo verso una responsabilità che possa sostenere concretamente.
È utile distinguere il risultato dal valore del ragazzo. Il genitore può riconoscere la delusione, chiedere che cosa sia successo e aiutare a capire che cosa può essere migliorato, senza trasformare il voto in una prova di incapacità. Anche la reazione dell’adulto insegna al ragazzo se gli errori possono essere elaborati oppure devono essere nascosti per paura di deludere.
A ciascuno la sua strada
[Nel video si parla del rapporto tra famiglia e scuola quando un genitore sente di non essere sostenuto nel mantenere le regole con un adolescente]
Parlare della scuola è utile per comprendere quanto la comunicazione delle emozioni degli adolescenti sia una faccenda quotidiana, fatta anche di richieste nascoste di guida, sostegno e vicinanza.
Certo, non è facile prestare ascolto a un adolescente che ha bisogno di comportarsi male, ad esempio facendo del vandalismo, allo scopo di rassicurarsi sul fatto di poter essere comunque amato dai genitori.
Bisogna ricordare, però, che i contenuti emotivi dietro a queste azioni non sono poi così distanti da quelli della più “banale” vita scolastica; cambia l’intensità.
Certi adolescenti sono più difficili da ascoltare perché quello che fanno spinge i genitori a cadere più facilmente preda delle proprie preoccupazioni.
Questo non significa giustificare ciò che accade. Significa provare a comprendere che, anche quando la condotta è grave, dietro il comportamento possono esserci bisogni emotivi che chiedono di essere riconosciuti.
Le risposte universali solitamente sono insufficienti: sia quelle autoritarie del tipo “con i figli bisogna essere rigidi”, sia quelle volte al dialogo come “con i figli bisogna parlarci e basta” rischiano di cogliere nel segno solo a volte, contribuendo ad alimentare frustrazione e incomprensione.
Certo che c’è bisogno di tutte queste cose: la questione è bilanciare il dosaggio!
Questo dosaggio non si può stabilire a tavolino. Dipende da come funziona il rapporto con quel figlio, da quanto lo si conosce, dalle sue caratteristiche e dalle risorse che ha a disposizione in quel momento. Dipende anche dalle difficoltà che, inevitabilmente, appartengono al genitore.
Quando il figlio riattiva la storia del genitore
Cioè: “Se quando avevo l’età di mio figlio per me non c’era nessun’altra possibilità se non quella di andare bene a scuola, perché altrimenti i miei genitori mi avrebbero fortemente disapprovato, io posso certamente maturare un atteggiamento diverso per cui non trasmetto lo stesso atteggiamento nei confronti di mio figlio… tuttavia è probabile che una certa tensione di fondo rimanga lo stesso!”
Può darsi che nonostante io mi impegni a voler pensare alla serenità di mio figlio, a essere capace di andare, per così dire, “al di là del voto”, può darsi che un “4” non mi lasci così indifferente.
Può darsi che mi riporti a una situazione di frustrazione e di sofferenza che è ben radicata in me.
Se faccio fatica a riconoscere questo tipo di dinamiche, non riuscirò a capire come queste influiscano sul rapporto fra me e mio figlio.
Di queste cose, generalmente, non si ha colpa.
Sono problemi che solitamente non si ha modo di osservare finché la vita non ce li mette davanti; ad esempio finché non ci si trova davanti al famoso “4” del figlio e ci si accorge di rimanere più infastiditi di quanto non si pensasse.
Magari si era perfettamente tranquilli fino a un istante prima, capaci di dire a se stessi “Sta crescendo, imparerà ad assumersi le sue responsabilità“.
Poi, però, davanti a un errore o a un comportamento immaturo, si può passare improvvisamente a pretendere, senza eccezioni, un atteggiamento pienamente ed esclusivamente maturo da lui.
Si fa qualcosa senza accorgersi dell’incoerenza in cui si incappa.
Il lavoro psicologico con i genitori
Una parte importante del lavoro psicologico con i genitori consiste proprio nell’aiutarli a riconoscere lo scarto tra ciò che intendono comunicare e ciò che il figlio finisce per percepire e come questo contribuisca a creare una mancanza di comprensione reciproca con l’adolescente.
Questo va fatto senza trasformare queste esplorazioni in accuse ai genitori.
Quando i genitori iniziano a diventare capaci di leggere e prevedere queste dinamiche, iniziano a cercare autonomamente una risposta diversa, più coerente con i propri valori e con i bisogni reali del figlio. Lo psicologo non consegna una regola valida per ogni famiglia: aiuta a rendere pensabili le emozioni, le aspettative e le reazioni che influenzano la relazione.
Anzi, nella mia esperienza e in quella dei colleghi di TuoPsicologo è normale incontrare genitori con visioni del mondo e impostazioni educative molto diverse fra di loro. La nostra funzione è quella di aiutarli ad osservare quando la loro specifica impostazione rischia di entrare eccessivamente in conflitto con la personalità del figlio. A volte si tratta di rivedere il messaggio, anche solo temporaneamente, altre volte di trovare un modo diverso di proporre le stesse cose.
Dare valore alla disciplina con un ragazzo molto indipendente può voler dire aiutarlo a vedere l’utilità di fermarsi a pensare sulle cose. A volte, questo si riesce banalmente a fare dicendo “secondo me sbagli, ma ti lascio libero di mostrarmi che hai ragione”. Non è raro che un ragazzo riesca ad ammettere un errore, dopo averlo sperimentato sulla propria pelle, quando si è sentito rispettato nella sua libertà.
Alcune famiglie si trovano davanti al problema inverso, cioè a quello di dover responsabilizzare un ragazzo diligente e affettuoso. Anche ragazzi così possono andare “fuori controllo”, soprattutto quando non si accorgono di chiudersi da soli in gabbie troppo strette. Davanti a un ragazzo del genere, può essere utile rifiutarsi di dargli sostegno e aiuto materiale anche su aspetti apparentemente ininfluenti come un passaggio in auto. Se si riesce a non sentirsi cattivi a privarlo di queste cose, spesso si vede che lui sarà ben contento di imparare a fare da solo.
Per riuscire a fare efficacemente questo lavoro è necessario avere molto rispetto di genitori che si danno l’incarico di analizzare queste dinamiche: si tratta di qualcosa che solitamente è faticoso e che spesso è anche doloroso.
Significa andare a cercare fonti di ansia e sofferenza che magari erano rimaste silenziose per molto tempo, fino a riemergere davanti a un comportamento del figlio.
Serve coraggio per chiedersi:
- “Che cosa sta succedendo davvero?”
- “Che cosa appartiene a mio figlio e che cosa, invece, si è riattivato dentro di me?”
- “Sto chiedendo a lui qualcosa che io stesso faccio fatica a tollerare?”
- “Il mio modo di intervenire lo sta aiutando a crescere oppure sta aumentando la sua confusione?”
Questo coraggio, però, può essere ripagato. Confrontarsi con queste situazioni permette spesso di raggiungere una maggiore serenità familiare e di offrire al figlio un sostegno più adatto al suo percorso.
L’obiettivo non è diventare genitori perfetti né controllare ogni comportamento dell’adolescente. È imparare a essere presenti in modo sufficientemente stabile: capaci di porre limiti, ma anche di ascoltare; capaci di lasciare spazio, ma anche di offrire vicinanza quando il figlio non riesce ancora a fare da solo.
Ogni adolescente ha una strada diversa da percorrere. Il compito dei genitori non è percorrerla al suo posto, ma aiutarlo a riconoscere i propri limiti, sviluppare le proprie risorse e capire che può chiedere aiuto senza rinunciare alla propria autonomia.
Il risultato più importante non è aver evitato ogni errore. È poter guardare indietro e riconoscere di aver provato a comprendere meglio ciò che stava accadendo, senza smettere di prendersi cura della relazione.
Io e i colleghi di TuoPsicologo siamo psicologi psicoterapeuti che si occupano di adolescenti e delle difficoltà che possono emergere nel rapporto tra genitori e figli, a Padova e online.
Se il conflitto con tuo figlio è intenso, dura nel tempo o coinvolge comportamenti rischiosi, valuta di contattarci, per capire meglio che cosa sta succedendo e valutare quale aiuto possa essere più utile alla tua famiglia.