Psicologia del Ritiro Sociale in Adulti e Adolescenti

Contenuti

Articolo a cura del dott. Matteo Albertinelli e del team di TuoPsicologo a Padova e Online.

[Video con sottotitoli]

Il fenomeno del ritiro sociale è qualcosa che interessa moltissime persone, oggi, ed è soprattutto qualcosa in cui moltissime persone si riconoscono.

Se a grandi linee, è chiaro che quando si parla di ritiro sociale si stia facendo riferimento a persone che hanno difficoltà nella sfera sociale e che le affrontano sottraendosi all’incontro sociale, sembra non esserci un accordo intorno ai confini della definizione e, soprattutto, a quali sono gli elementi che caratterizzano in modo così profondo il fenomeno da definirlo.

Il problema della definizione di ritiro sociale

In che cosa sono diverse fobia sociale e ritiro sociale, ad esempio?

Nel fatto che nel ritiro sociale ci sarebbe un distacco più radicale dal mondo delle relazioni?

Differenziazioni di questo tipo tendono ad essere insoddisfacenti in quanto spesso è utile attribuire una condizione di “ritiro sociale” anche a persone che non vivono una chiusura ermetica nei confronti del mondo circostante.

È insomma più utile arrivare ad identificare delle dinamiche interne, psicologiche, con un riscontro soggettivo specifico in chi le vive, più che tentare di trovare parametri oggettivi eccesivamente stringenti.
[Aggiungo: almeno è la cosa che è più centrale per gli psicologi che si occupano di ritiro sociale].

È un hikikomori?

Questo, in realtà, è anche l’approccio del primo autore che ha parlato di ritiro sociale o, meglio, di Hikikomori: lo psichiatra Tamaki Saito descrive una la situazione di vita caratteristica di alcuni giovani giapponesi, che si ritiravano in casa o nella propria stanza sì a causa di una pressione sociale particolarmente forte, legata, ad esempio, alle richieste del duro sistema scolastico giapponese.

Quello che li caratterizza è soprattutto la loro risposta emotiva alla pressione sociale, cioè una sensazione soggettiva di essere inadeguati di fronte a queste richieste.

Il punto è che le stesse richieste sociali posso essere un peso importante per molti, ma solo in alcune persone diventano schiaccianti quanto per gli hikikomori.

Qui, l’ipotesi di Saito, è che queste persone sentano di non essere in grado di diventare adulte, rimanendo confinate in quella che lui chiama un’adolescenza senza fine.

L’ipotesi che sta dietro a questa definizione tende a finire un po’ in secondo piano, almeno nell’immaginario comune, e ho l’impressione che dell’esperienza di Saito sia rimasto soprattutto un “profilo” dell’hikikomori tipico, cioè di

Come dicevo, la condizione di hikikomori è correlato a un quadro sociale di competitività e pressione che favorisce la sua insorgenza.

È un neet?

Da questo punto di vista, c’è un’ampia intersezione con un altro insieme umano, quello dei neet, cioè delle persone che non sono impegnate nella propria istruzione o formazione (tirocini, stage, apprendistati…), né nel lavoro.

Si tratta della stessa cosa?

Sembrerebbe di no, perché non tutti i Neet hanno le caratteristiche che sentiamo essere tipiche degli hikikomori, come vergogna e rifiuto delle relazioni sociali.

Alcuni Neet, per intendersi, sembra che troverebbero dentro di sé le risorse necessarie a rientrare a pieno titolo nella società se le condizioni sociali fossero più favorevoli, ad esempio se la disponibilità di posti di lavoro fosse maggiore.

[Ho scritto uno specifico articolo in cui distinguo le difficoltà a trovare un propria strada che dipendono da difficoltà psicologiche da quelli prevalentemente attribuibili a cause diverse].

Queste considerazioni però, ci riportano a chiederci: quali sono le caratteristiche che ci fanno dire che una persona è un hikikomori o vive una condizione di ritiro sociale?

Criteri per parlare di ritiro sociale

Come premettevo, cercare una definizione di ritiro sociale basandosi prevalentemente sui parametri esterni alla persona non è soddisfacenti, perché

  • qualcuna delle persone che gli specialisti chiamano ritirati sociali conservano una qualche forma di legame sociale, come un’amicizia esclusiva con uno o pochi amici sicuri, che magari datano al periodo delle scuole elementari,
  • mentre altri non riescono ad interagire serenamente nemmeno con la famiglia e non hanno amici;
  • qualcun altro vive un senso di mortificazione, vergogna e insoddisfazione che è soprattutto
    personale, intimo, segreto, mentre allo sguardo degli altri sembra andare tutto bene; questo accade ad esempio in chi ha una vita lavorativa che si percepisce come normale e che, però, si sente soggettivamente inadeguato e insoddisfatto e non riesce a sentire di “funzionare” bene,
    finendo per inibire la propria vita sociale;
  • molte persone iniziano esperienze di ritiro in adolescenza o nella prima età adulta (ad esempio mostrando difficoltà con l’università), ma altri decisamente più tardi;
  • qualcuno ha alle spalle un’esperienza di ritiro totale o parziale e ne conserva una sorta di memoria all’interno della successiva vita non-ritirata, come se fosse la percepisse come la paura di avere un handicap invisibile (ci sono varie gradazioni di “ritiro nella camera” ad esempio);
  • molti mantengono una vita mentale vivace soprattutto attraverso videogiochi e altre attività online, tanto da creare il mito che ci siano inevitabilmente collegamenti con una dipendenza da videogiochi o da internet, ma per alcune persone questo elemento non è per nulla presente.

Considerare questi come i sintomi del ritiro sociale ha un’utilità molto limitata.
Insomma, il ritiro sociale sembra uno di quei fenomeni psicologici in cui, se non si cerca una lettura che tenga conto di quello che accade nella mente di chi vive queste situazioni, è impossibile uscirne con una visione soddisfacente. Come si sente, tipicamente, chi vive il ritiro sociale? Qual è la sua visione soggettiva di se stesso e del mondo?

Il senso di vergogna e l’approvazione degli altri

Da questo punto di vista, in un certo senso, non ci allontaniamo molto dalle “vecchie” osservazioni di Saito, cioè di persone che vivono un senso di inadeguatezza, vergogna, mortificazione, inutilità che le porta a sottrarsi allo sguardo degli altri. Il ritiro è un antidoto, una strategia per non vergognarsi più.

Questo aspetto mi sembra che si ritrovi sostanzialmente sempre, in qualche forma, nei racconti di chi vive il ritiro sociale e nei resoconti di chi fa un lavoro psicoterapeutico con le persone che vivono il ritiro sociale.

Partendo da questa sorta di punto fermo, cioè dal fatto che le persone in ritiro sociale desiderano evitare le relazioni sociali in quanto fonte di emozioni dolorose, diventa necessario fare qualche precisazione in più, però, perché la vergogna non è di certo un sentimento esclusivo di chi vive il ritiro sociale.

Per cui potremmo dire che la questione diventa: esistono meccanismi psicologici usati per affrontare la vergogna che sono caratteristici delle persone in ritiro sociale?

Questo è il punto più delicato di tutta la questione ed è il punto su cui si trovano delle idee discordanti fra chi se ne occupa.

Per alcuni il ritiro sociale è un fenomeno prevalentemente culturale-sociale in cui le difficoltà emotive sono frequenti ma non qualcosa di caratterizzante; per altri esistono meccanismi psicologici specifici del ritiro sociale.

[Un esempio del primo caso è la quello dell’antropologa Carla Ricci e la sua serie di libri sull’hikikomori. Un esempio del secondo caso è quella che si ritrova negli scritti di Arnaldo Novelletto sulla separazione come compito evolutivo dell’adolescente, che precedono la invenzione e diffusione di termini come ritiro sociale, hikikomori e neet].

L’ipotesi io considero più utile nel lavoro del nostro studio, cioè l’idea che mi sembra più utile tenere a mente durante una psicoterapia con qualcuno che vive il ritiro sociale è che dei meccanismi specifici del genere esistano.

  • Nello specifico, penso che questi meccasnismi consistano nello sforzo mentale attivo di fare a meno della presenza emotiva degli altri.
    Varie forme di ritiro sociale concreto (non frequentare dei coetanei, segregarsi, ritirarsi da scuola, rinunciare al lavoro…) servono a rafforzare questo meccanismo mentale in modo più o meno esteso e rigido.
  • Questo sforzo ha la funzione di evitare l’esperienza di vergogna che deriva da esperienze come il confronto con gli altri e con l’idea che “gli altri pensino a me in termini negativi”.
  • Va sottolineato, però, che si tratta di un meccanismo psicologico che sostanzialmente fallisce molto spesso, altrimenti nessuna persona in ritiro sociale sarebbe motivata a cercare la psicoterapia: si starebbe bene da ritirati e punto. Insomma, si accetta di provare a cambiare perché si sta male.

È così normale che gli altri siano emotivamente disponibili che si tratta di un’informazione tenuta in un angolino della mente, sullo sfondo per la maggior parte del tempo. (Come, cioè, per il fatto che non si fa molta attenzione al fatto di avere i denti fino a che non fanno male, ad esempio).

Chi vive una condizione di ritiro sociale, invece, vive molto più spesso una condizione di assedio in cui la mente continua ad andare a dolorosi pensieri che hanno a che fare con quello che gli altri pensano e sono in grado di fare, immagini che obbligano a dolorosi e continui confronti.

Credo che si tratti di un buon modo di definire il ritiro perché se si sposta momentaneamente l’attenzione dai macroscopici effetti sociali, ci si accorge di tutta quella serie di caratteristiche psicologiche descritte in altri esseri umani, definiti ora personalità narcisistiche, ora personalità schizoidi, ora depressi.

Dare aiuto a chi è in ritiro sociale

Perché insistere tanto sulla comprensione del ritiro sociale e dei suoi meccanismi psicologici?

Fondamentalmente perché pensare a cosa potremmo sapere già del ritiro sociale è un’opRerazione piuttosto utile perché rende più facile capirsi ed essere d’aiuto.

Cosa che non vale solo per gli psicologi, ovviamente, ma con tutti quelli che hanno bisogno di immedesimarsi con chi vive il ritiro sociale: genitori e familiari in primis, ma anche scuole e altri professionisti che faticano a capire come “prendere” chi sta così.

Da un certo punto di vista, cioè, l’idea che il ritiro sociale sia una declinazione contemporanea di qualcosa che conosciamo già può essere una fortuna e un sostanziale aiuto a chi vive un ritiro ed ha un comprensibile bisogno di sentire una continuità fra se stesso e gli altri esseri umani.

Questo, ad esempio, ha a che fare con

  • la tolleranza per le difficoltà. Come si accetta da una persona depressa che possa aver bisogno di stare a letto tutto il giorno e che possa aver bisogno di un periodo di malattia dal lavoro, così bisogna pretendere anche per il ritiro sociale, anche se è una “depressione” che si esprime in modo differente. (Non che questo sia sempre facile o scontato nemmeno con la depressione, ma la sensibilità in materia per fortuna è qualcosa di sempre più diffuso).
  • Ha a che fare anche con l’attenzione alla funzione progressiva, di positivo sistema di auto-cura che è solitamente attribuibile alle difficoltà psicologiche. Da questo punto di vista, il ritiro è veramente la soluzione migliore che una data persona può trovare per affrontare le difficoltà di un certo momento. Se abbiamo detto che chi è in ritiro sociale non riesce a “curarsi” dal bisogno di presenze sociali benevole attorno a sé con l’isolamento, simpatizzare con questo suo obiettivo è però un punto di partenza necessario. Tutti vogliamo evitare di soffrire ed essere capaci di godere delle cose buone della nostra vita; su questo punto non c’è differenza con chi vive il ritiro sociale. Se ci prendiamo la responsabilità di proporgli che ci siano delle alternative (ad esempio che potrebbe avere la possibilità di stabilire rapporti sociali che non lo facciano soffrire), questo non può avvenire per imposizione. Bisogna, cioè, che per lui il tentativo, l’azzardo, sia affrontabile e desiderabile. (Aggiungerei: il rapporto con lo psicologo funge proprio da palestra in cui si sperimentano le insicurezze prima di portarle, all’esterno. ).

Insomma, non si tratta di inventarsi dei trucchi per rendere “invitante” la prospettiva di un’uscita. Si tratta di aiutare chi vive il ritiro sociale a “vivere sé stesso come “invitante“, socialmente e non solo. Se questa prospettiva diventa qualcosa in cui avere fiducia, allora poter frequentare altre persone sarà una conseguenza naturale.

Io e i colleghi di TuoPsicologo aiutiamo sia gli adolescenti che gli adulti con difficoltà di ritiro sociale, nello studio di Padova e online. Contattaci per spiegarci di cosa hai bisogno: capiremo insieme chi potrà darti l’aiuto che cerchi.