Articolo a cura del dott. Matteo Albertinelli e del team di TuoPsicologo a Padova e Online.
L’adolescenza è qualcosa che dà filo da torcere ai ragazzi… ma anche per i genitori non è una passeggiata.
Non solo nel senso di una fase di sviluppo che richiede attenzioni specifiche, come tutta la fatica che ci vuole per gestire la conflittualità o le richieste di autonomia.
L’adolescenza è una fase difficile anche nel senso dei vissuti personali piuttosto… animati che suscita.
In particolare, i genitori si trovano a dover gestire forti emozioni contrastanti. Da un lato, c’è l’orgoglio e la soddisfazione di vedere i figli che crescono. Il fatto di potersi dire “abbiamo fatto un buon lavoro”.
Dall’altro, il dispiacere di vederli meno presenti in famiglia, più attenti a ciò che accade all’esterno, affettivamente meno disponibili. Insomma, più distanti.
Questi sentimenti creano una situazione di conflitto nei genitori, cioè una situazione di tensione prolungata in cui si alternano pensieri e comportamenti apparentemente contraddittori.
Il contrasto è dovuto al fatto che questi pensieri e azioni rispondono a bisogni diversi.
Ad esempio, è facile dire che per un genitore è bello vedere che un ragazzo che cresce e diventa più autonomo. Ma è praticamente impossibile che a questa felicità non si mescoli un fastidio, una rabbia o una tristezza verso quella stessa crescita.
Ci vuole del tempo per trovare un compromesso efficace fra queste diverse correnti interne, ad esempio per lasciar andare un ragazzo serenamente perché si sa con una certa chiarezza che alcuni suoi comportamenti mostrano quanto sia ancora attaccato alla famiglia e quanto la storia vissuta assieme sia qualcosa di insostituibile. Quindi, per così dire, potrà pure andare via, ma una parte di lui rimarrà sempre a casa, perché i genitori ed eventuali fratelli abitano stabilmente la sua mente.
Ci sono diverse situaizoni che possono complicare questo processo di ricerca del compromesso.
Una delle più significative è il rischio di confondere le difficoltà del figlio con le proprie.
Ad esempio, è frequentissimo che un genitore veda un ragazzo come problematico, fragile o immaturo… prevalentemente perché quel genitore fa fatica a lasciarlo andare. “Se penso che sei piccolino, è naturale che tu continuerai a stare vicino a me”.
Specifico: di solito, c’è ben poca malizia e intenzionalità in questo tipo di inconsapevoli strafalcioni. Semplicemente, la mente si orienta a pensare ad una versione dei fatti che sia meno spiacevole della verità.
Molto spesso, oltretutto, la verità non sta mai da una parte sola: spesso quel genitore esprime dei dubbi su reali elementi di fragilità. Il genitore allora può tendere a “tenere indietro” un ragazzo e quel ragazzo può tendere invece a “scappare avanti”, tentando ad esempio di superare le proprie difficoltà.
Se ci pensiamo, la crescita è fatta in larga parte di episodi simili, di problemi che richiedono nuove risorse, davanti a cui un’interea famiglia si interroga: questo adolescente ce la farà? Può uscire autonomamente senza iniziare a frequentare le persone peggiori di tutto il circondario? Può vivere una relazione amorosa senza diventarne succube o diventare il tiranno della coppia?
Quando le difficoltà del figlio e/o del genitore sono più pronunciate, ovviamente la gestione dei conflitti interni ed esterni diventa più problematica.
Partiamo però dalla base.
La paura che i figli “lascino il nido”
Come abbiamo visto, quando un adolescente comincia a costruire la propria autonomia, è normale che i genitori sperimentino sentimenti di perdita.
Molti dei comportamenti degli adolescenti hanno come “sfondo” la ricerca dell’autonomia.
Sia che si parli di comportamenti virtuosi, come l’assunzione di responsabilità
- nello studio,
- nei confronti della famiglia: banalmente, aiutando in casa
- nei confronti dei coetanei, come si può vedere da cose come saper risolvere litigi spiegando la propria posizione e comprendendo la posizione dell’altro.
Ahinoi, sappiamo che è solo normale che non tutto fili così liscio: gli adolescenti spesso per sentirsi autonomi hanno bisogno di
- gestire le uscite serali “tirando” sull’orario di rientro (gesto che è la suprema manifestazione della loro volontà: “Si fa quello che dico io!”)
- fare cose che i genitori non vogliono, ad esmepio le cose che fanno male come fumare tabacco o fumare cannabis
- fare cose che loro stessi considerano sbagliate e rischiose, ma che danno piacere, euforia, eccitazione. È il caso dei comportamenti a rischio, come guidare pericolosamente veloce, comportamenti sessuali che espongono a problemi per la salute, prove di coraggio o comportamenti che mettono nei guai con la giustizia, come risse o furti.
Paradossalmente, gli adolescenti che si mettono molto nei guai, tendono a suscitare un senso di “minaccia di distacco” meno forte nei genitori. Provano ad affermare la loro autonomia, ma si comportano di fatto da bambini. E cosa caratterizza i bambini? Un rapporto stretto con i genitori, naturalmente!
Il problema si pone molto di più quando gli adolescenti iniziano ad avere realmente meno bisogno dei genitori, cioè quando maturano sul serio. In questi casi i genitori rischiano di sentire di non essere più un punto di riferimento centrale, per i figli.
Segnali di distacco emotivo: preoccuparsi?
Benissimo: quindi il distacco emotivo dimostra l’avvenuta maturazione di un adolescente e i genitori devono semplicemente mettersi il cuore in pace?
Non sempre.
Partiamo da una situazione “estrema”: ci sono adolescenti (e adulti) che non parlano più, o quasi, con i genitori. Questo è “naturale” solo nel caso in cui l’interruzione del rapporto sia giustificata da qualche evento traumatico che ha reso impossibile il dialogo fra genitori e figli.
Spesso, questi sono rapporti non risolti. Ad esempio, il ragazzo è arrabbiato per qualcosa che i genitori hanno fatto e spera dentro di sé di ricevere un risarcimento. Sostanzialmente, spera in un segnale che testimoni l’amore che i genitori hanno per lui. È chiaro che questa è una separazione apparente, di facciata! Dentro di sé questo figlio desidera ardentemente, almeno per un periodo della sua vita, di potersi riavvicinare ai genitori.
Ho parlato di queste situazioni estreme, per comunicare in modo più chiaro il fatto che qualcosa del genere accade con gli adolescenti “muti” in modo meno radicale. Quelli che se ne stanno sempre rintanati in camera, che sembrano costantemente irritati dalla presenza dei genitori.
Bisogna fare attenzione a non confondere il distacco emotivo apparente con un reale distacco emotivo.
Nei genitori che vediamo io e i miei colleghi di TuoPsicologo, il timore di trovarsi davanti a figli autenticamente “persi”, troppo lontani, è spesso fortissimo.
Spesso però, i genitori si scoraggiano davanti a segnali che possono essere letti come segnali prevalentemente positivi: sono in relazione con un adolescente che è molto interessato ad avere un contatto emotivo con loro.
Quel ragazzo sta bluffando! (Senza saperlo) vuole che i genitori gli mostrino tutto l’attaccamento che hanno per lui facendo i salti mortali per raggiungerlo emotivamente.
Questa dinamica, nella sua forma più comune, cioè quella dell’adolescente che “si comporta male”, in modo irriconoscente e irrispettoso con i genitori è così frequente proprio perché genitori e figli giocano a frustrare i rispettivi bisogni emotivi.
Si allenano, in previsione del futuro: “non potrò esserti emotivamente vicino come lo siamo stati fino ad ora, dobbiamo imparare a tollerarlo“.
Spoiler: di solito, quando un adolescente si sente finalmente capace di essere emotivamente più indipendente dai genitori, ne ha meno bisogno. (Basta pensare al famoso riavvicinamento fra genitori e figli che tende a iniziare sui vent’anni, verso la fine dell’adolescenza).
I bisogni emotivi dei genitori (e dei figli)
Il distacco emotivo fra genitori figli, insomma, frustra normali e sani (!) bisogni emotivi dei genitori.
Questo è inevitabile e anche necessario.
Cioè, non è solo “normale” che i genitori lasciano andare a fatica i figli, ma è anche utile: il loro dispiacere garantisce al figlio la conferma del loro affetto, contribuendo a farlo sentire meritevole dell’amore degli altri. È come se gli si dicesse: “Perderti è doloroso, perché sei importante“.
Questa sofferenza, poi, obbliga il ragazzo a fare un giro di prova per quanto riguarda la gestione del senso di colpa: “Devo stare attento all’effetto che le mie azioni hanno sulle persone a cui voglio bene“.
Se la sofferenza dei genitori è gestibile, se -diciamo così- rimane “normale”, può essere tollerata dal ragazzo senza un senso di colpa eccessivamente forte e diventa una sorta di indiretta benedizione a distaccarsi serenamente.
“Va’ pure, sappiamo che è il momento“.
La separazione emotiva negli adolescenti è un processo naturale, ma questo non vuol dire che sia indolore.
Anche quando non sembra che sia così. Per quanto possano sembrare infastiditi dal contatto con i genitori, scontrosi, anche indifferenti, è praticamente impossibile trovare un adolescente per cui il rapporto con i genitori non sia centrale nella sua vita.
Le dinamiche del rapporto fra adolescenti e genitori sono una faccenda complessa: normalità non vuole di certo dire assenza di conflitto o di difficoltà.
Anzi, la presenza di queste difficoltà, può voler dire che il rapporto funziona bene. Spesso, ad esempio, significa che il ragazzo riesce a vivere direttamente emozioni intense, senza evitarle, e i suoi genitori sono abbastanza resistenti da mostrare la capacità ad affrontare.
Come ho scritto tante volte, questo è vero in particolare di rapporti emotivi particolarmente intensi e particolarmente positivi. Lune di miele genitore-figlio durate tutta l’infanzia e anche oltre, che disorientano i genitori quando il ragazzo diventa improvvisamente scontroso.
Questa conflittualità più pronunciata può essere dovuta proprio alla fatica di rendersi autonomi, che per il ragazzo significa rinunciare parzialmente alle sicurezze dell’amore dei genitori. Può essere insomma, il segnale di una fatica fisiologica, una cosa che verrà superata nel tempo.
Quando l’ambivalenza diventa un ostacolo
Come puoi immaginare, però non sempre le cose vanno bene.
Un’improvvisa e impegnativa mancanza di rispetto si può trasformare in un’ostilità più profonda e sfociare anche in comportamenti violenti.
All’opposto, può diventare un effettivo distacco emotivo, non il “gioco”, la simulazione di distacco di cui abbiamo parlato fino ad ora, che è un’espressione normale di una relazione intensa.
Se un genitore si chiede “come faccio a capire se mio figlio è distante emotivamente?”, il punto della questione è: come interpreto correttamente i segnali che mi vengono da lui?
- Quali sono le occasioni in cui si arrabbia o mostra un atteggiamento sprezzante dei miei confronti?
- Quali sono i momenti in cui si riavvicina?
- Ci sono risposte che sembrano più efficaci di altre?
- C’è il rischio che io ci metta qualcosa di mio per influenzare negativamente il nostro rapporto?
Riflessioni del genere sono cose da tenere a mente in ogni rapporto importante, non sono specifiche né della relazione genitore-figlio, né del tema dell’ambivalenza genitoriale.
L’allontanamento naturale dei figli è una delle situazioni che può mettere sotto stress questa capacità di comprendersi e che può creare confusione nel genitore che rischia di vedere distanza emotiva lì dove non c’è.
Dal lato del figlio, come abbiamo visto, è normale che ci siano
- senso di colpa (“Se mi allontano ti faccio soffrire“)
- ansia (“E se non sono capace di essere veramente autonomo”)
- rabbia, particolarmente come tentativo di gestire, maldestramente, il senso di colpa (“Non sono io che voglio allontanarmi da te, sei tu che sei insopportabile“)
Dal lato del genitore… siamo grossomodo nella stessa barca. I bisogni emotivi del genitore possono venire messi così alla prova che quel genitore non riesce più a vedere con chiarezza che
- alcune sue richiese di ragionevolezza e sicurezza (“Dimmi dove vai! Dimmi a che ora torni! Dimmi con chi sei!“) sono anche richieste di vicinanza. Come se quel genitore chiedesse: “Dimmi che hai ancora bisogno di me! Dimmi che sono importante per te! Dimmi che mi vuoi ancora bene!“
- se i suoi bisogni emotivi sono eccessivamente frustrati, rischia di reagire ansiosamente a queste situazioni: “Che bisogno c’è di stare fuori tutto questo tempo? È un’accusa che rivolgi a me! Vuol dire che butti al vento tutto il tempo che abbiamo vissuto insieme. Stavamo bene e adesso ti disinteressi di me!“
Il punto fondamentale di questo intreccio di bisogni è: se un genitore ha avuto la sfortuna di avere esperienze che l’hanno messo in difficoltà sul piano emotivo, particolarmente quando si tratta di avere un solido senso di sicurezza nei rapporti con le persone importanti, l’adolescente che si allontana rischia di sovrastimolare le aree più fragili di quel genitore.
… e così si crea un alto rischio di “falsi positivi” nella ricerca delle prove della distanza emotiva!
[ho scritto più nel dettaglio di questo tipo di situazione: ansia davanti ai figli, ansia legata alla scuola dei figli, esasperazione e stanchezza nelle madri, rabbia versoi figli]
Nell’esperienza di ogni psicoterapeuta (almeno decente), ci sono innumerevoli episodi in cui le persone gli hanno dimostrato quanto fosse importante per loro il rapporto terapeuta-paziente attraverso le emozioni negative, cioè attraverso la rabbia, la sufficienza, l’insolenza, il sarcasmo, l’ironia, lo schermo, la protesta, anche le minacce. E anche l’apparente indifferenza o la freddezza .
Se un rapporto non merita interesse, non si mostra così tanto coinvolgimento. Se un rapporto non e importante non si dà peso a cosa prova l’altro.
Questo e ancora più vero nell’intenso rapporto genitore figlio. Nella stragrande maggioranza dei casi, i figli si comportano male, con ostilità o distacco, quando sperano che il genitore si accorga di qualcosa di importante e li sappia capire.
- “Non vedi che mi devi lasciare in pace? Ho bisogno di spazio per crescere. Solo se mi lasci da solo imparo a fidarmi di me“.
- oppure “Se mi parli solo di scuola sento che io non sono importante per te. Da me otterrai solo il silenzio, fino a che non sarai capace di chiederti dove sbagli“.
Questo può essere estremamente disorientante per un genitore, che può far fatica a vedere questi messaggi, particolarmente se lui stesso soffre intensamente per il comportamento del figlio.
Allora si possono creare situazioni paradossali in cui si finisce per rispondere il contrario di quello che il figlio chiede.
“Tu mostri indifferenza per le regole di casa, che fino a ieri andavano bene? Benissimo, ora ti farò tutto l’elenco di quello che non fai per me e di quello che prova che sei immaturo“. Risultato? La comunicazione si impantana, perché una parte chiede indipendenza e l’altra vicinanza.
Il ragazzo vuole crescere e il genitore non vuole sentirsi messo da parte.
Non ci si accorge che si fanno molte cose con lo scopo dichiarato di educare i figli… ma che hanno lo scopo segreto di mantenere il contatto emotivo con loro.
Si ha bisogno di ridurre la distanza, ma si fa fatica a dirselo con chiarezza.
Così, si finisce per dire “Non va bene che mio figlio sia così freddo/rabbioso, si comporta male e non è accettabile“, invece di dire “Mi fa stare male il fatto di sentirlo distante e non sono sicuro che mi voglia bene come una volta“.
Quando si tratta di comprensione di queste situazione, gli psicoterapeuti hanno un vantaggio “strategico” sui genitori: mettere da parte i propri bisogni emotivi fa parte del patto che c’è con il paziente. Nelle comuni interazioni umane quotidiane, questo non sarebbe normale.
È solo normale che i bisogni emotivi delle persone che sono intimamente legate fra loro si intreccino ed entrino anche in conflitto. Ad un certo punto, semplicemente, la maggior parte delle situazioni arriva spontaneamente ad una soluzione.
Gli adolescenti imparano a sentirsi meno minacciati dall’affetto dei genitori e i genitori imparano ad avere fiducia che quei figli “torneranno da loro”, anche se con modalità relazionali diverse.
In alcune situazioni, però, la tensione è troppa e la situazione non evolve.
L’adolescente possono vivere con forte disagio il normale affetto dei genitori e i genitori possono vivere con forte disagio il normale distaccarsi dei figli. Se i genitori, senza farlo di proposito, mettono in atto delle contromisure che finiscono per accentuare ancora di più l’ansia del ragazzo.
Vedere le difficoltà dei figli
E di chi è la colpa?
Dei genitori ansiosi?
Dei figli problematici?
Questa è la questione chiave!
È vero che a volte queste dinamiche sono esasperate da figli che vivono situazioni di difficoltà.
È vero anche che a volte sono i genitori a sentirsi più in difficoltà.
La maggior parte delle volte, però, questi fattori si sommano e la domanda più sensata da porsi può essere: da quale punto partire per ritovare la serenità in questa famiglia? Cosa si può fare, concretamente?
Per recuperare e mantenere la vicinanza con figlio adolescente è utile partire da un autoesame, ma non temere di fare un esame più generale della situazione.
- c’è qualcosa di quello che io sto facendo che complica il nostro rapporto?
- sono capace di riconoscere in me stesso dei segnali di ambivalenza verso la sua crescita (e se non ne trovo… mi devo un po’ insospettire! Me la sto raccontando giusta?)
- al netto di questo… quali sono le difficoltà create da lui?
- Sono affrontabili? È troppo rabbioso, ha difficoltà con la scuola, frequenta brutte compagnie, fa cose pericolose, sta male?
Ti riesci a racapezzare? Hai sufficiente padronanza di queste dinamiche e hai fiducia nel fatto che vada tutto bene? Ottimo, è così che deve andare.
Sappiamo, però, che non sempre succede.
Solitamente, nelle situazioni più complesse è come se ci fosse un qualche segnale di sofferenza che emerge e che assume l’aspetto di un problema.
Molto spesso è l’adolescente il portatore di questo problema.
Questo può accadere per varie ragioni e le più semplici sono che da un lato l’adolescente ha l’urgenza di superare questa tappa di sviluppo; l’urgenza di crescere. C’è poi il fatto che l’adolescente essendo più giovane ha una minore capacità di tollerare l’ansia che si accompagna queste tensioni.
Questo è un tipo di difficoltà che si può manifestare in tanti modi e con vari gradi di di consapevolezza da parte dei membri della famiglia che sono coinvolti.
Ci sono ad esempio degli adolescenti che dicono chiaro e tondo che vorrebbero che i loro genitori stessero loro meno addosso. Altri adolescenti invece semplicemente manifestano un disagio ma non sanno dire da cosa dipende. Questo è facile che capiti particolarmente con gli adolescenti che si sentono molto in colpa ad allontanarsi emotivamente dai genitori e non si possono permettere in modo cosciente il pensiero di volerli simbolicamente elimiare.
Dal lato dei genitori, allo stesso modo, ci sono dei genitori che si rendono conto di essere particolarmente infastiditi, tristi o arrabbiati per via del comportamento del figlio e trovano che questa loro reazione sia eccessiva rispetto a quello che il figlio fa. Allora chiedono aiuto per sentire con meno intensità queste emozioni spiacevoli e vivere più serenamente il distacco (parziale) dai figli. Ci sono anche genitori che fanno fatica a vedere con chiarezza quanto si sentano minacciati dal movimento evolutivo dei figli e a volte questo non si può evitare… e non sarebbe una buona idea evitarlo, perché il fatto di non vedere con chiarezza queste dinamiche ha il ruolo di garantire una specie di protezione psicologica. “È una cosa così antipatica che è meglio che io non ci pensi”.
Quando cercare aiuto professionale: psicoterapia, consulenza famigliare
Insomma in modi in cui si manifesta l’ambivalenza attorno alla separazione emotiva dei figli sono molto vari e possono essere molto vari anche i modi di lavorarci sul piano psicologico.
Anche se sono delle questioni vissute con intensità da tutta la famiglia (spesso anche dai papà che sembrano apparentemente vivere con approvazione la maggiore autonomia dei figli) può essere richiesto un lavoro che implica il coinvolgimento di tutti, ma non è detto che implichi la partecipazione di tutti (!)
Molto spesso è la persona che sente in modo più forte la fatica di questo passaggio evolutivo ad assumersi il compito di fare un lavoro psicologico.
Così capita che prendendosi cura di un’adolescente lui diventi meno rabbioso e di conseguenza tutta la famiglia più serena.
Oppure, al contrario, capita che prendendosi cura di un genitore graziealla maggiore tranquillità che guadagna, senta meno l’urgenza di ricorrere a quelle misure di autoassicurazione che abbiamo visto (cioè ad esempio a controllare continuamente dov’è il figlio, se lui è veramente distaccato, se ha i suoi genitori bene in testa, se vuole loro bene, eccetera).
A volte questa funzione di soffrire anche per gli altri è sparpagliata su tutta la famiglia però. Ad esempio ci sono alcuni ragazzi che riconoscono di avere bisogno di essere supportati in questo periodo ma accettano di farlo solo attraverso il confronto con i loro genitori per cui ci si trova in qualche modo a lavorare tutti insieme, o tutti presenti nella stessa stanza oppure uno è lo stesso psicologo a vedere una volta il figlio, una volta i genitori e magari qualche volta tutti assieme. Si lavora quindi sul riorganizzare la comunicazione della famiglia come se si trattasse di un gruppo di lavoro che si impegna a trovare un modo efficace di collaborare.
Per quanto siano normali queste dinamiche, possono toccare aspetti molto intimi delle vite dei membri della famiglia e anche toccare qualche tasto dolente.
Questo vuol dire che
- a volte si tratta di lavori relativamente brevi in cui ci si trova con lo psicologo per fissare un patto fra i membri della famiglia (e in quell’occasione allo psicologo sembra un po di fare il notaio, cioè quello che controlla che non ci siano guai nascosti nei documenti);
- a volte capita che invece che i lavori siano più lunghi e articolati e di solito questo accade quando qualche membro della famiglia viene messo in difficoltà in modo più individuale.
Un’osservazione: negli ultimi anni sembra che le famiglie siano sempre più ben disposte a ricorrere allo psicologo per confrontarsi per risolvere il passaggi evolutivi della vita quotidiana.
Per così dire, è come se le persone fossero diventate più sensibili all’importanza di questi passaggi e volessero assicurarsi che tutto vada per il meglio. Quando questo accade penso che sia molto importante che lo psicologo sappia svolgere una funzione di “consulente” cioè di qualcuno che aiuta a leggere con più chiarezza le dinamiche della propria vita familiare senza che ci sia necessariamente l’urgenza di lavori psicoterapeutici magari più lunghi e complessi. Sono una cosa importantissima ma che va proposta nelle situazioni in cui c’è n’è reale bisogno.
Credo che questo approccio possa aiutare le persone a sentirsi più libere di chiedere di essere aiutate senza che questo voglia dire farsi sostituire da qualcun altro.
Ad esempio, il ruolo dello psicologo non è quello di sostituire i genitori ad aiutare un’adolescente a diventare indipendente, ma soprattutto quello di aiutare i genitori ad avere meno intralci nell’appoggiare il figlio.
Va aggiunto che oggi molti adolescenti hanno un approccio abbastanza sereno alla cosiddetta “salute mentale” e trovo che siano molto capaci di usare bene lo psicologo per avere un rapporto con un adulto che li aiuti a capirsi meglio (cosa che purtroppo non riescono sempre a trovare negli adulti che incontrano nella loro vita quotidiana).
L’aspetto essenziale dell’aiuto psicologico in queste situazioni deve essere e riconoscimento del fatto che si sta parlando di un progetto di autonomizzazione dell’adolescente e parallelamente di un inevitabile cambiamento nella vita individuale di coppia dei genitori.
Questo intervento quindi deve fare il possibile per dare valore a questa autonomia e lo psicologo deve essere incisivo dove è necessario ma deve essere soprattutto capace di mandare il messaggio “ora tocca a te!” appena questo è possibile.