“Ho fallito come genitore”: Perché ti senti così e come recuperare il rapporto con tuo figlio adolescente

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Articolo a cura del dott. Matteo Albertinelli e del team di TuoPsicologo a Padova e Online.

Un peso sul petto chiamato “fallimento”

Magari ti trovi davanti un ragazzo che sembra non rispettare nessuna regola.

Magari ti rispondo in modo offensivo e persino violento. Magari fa delle cose che ti vergogneresti di raccontare a un conoscente e anche a qualche amico intimo.

Magari viene meno ai propri doveri anche quelli apparentemente più semplici, come andare ragionevolmente bene a scuola o almeno andarci.

Queste situazioni sono comunissime fra i genitori. La paura di essere la causa di un fallimento educativo è un colpo piuttosto duro alla propria autostima di genitore e di persona, più in generale.

Io e i colleghi dello studio siamo abituati a passare buona parte del nostro tempo nel lavoro con i genitori di adolescenti sostanzialmente rassicurando i genitori sul fatto che queste auto-accuse non sono solitamente necessarie né utili.

Le auto accuse dei genitori difatti sono spesso un tentativo di tornare a padroneggiare una situazione difficile: “piuttosto che sopportare questo doloroso caos, ad esempio il fatto che non capisco perché mio figlio si comporti male o sia così in difficoltà, preferisco pensare che sia tutta colpa mia e che se cambio come mi comporto io questo sarà sufficiente per far andare meglio le cose”.

Il problema però è che molto spesso questo non è per nulla sufficiente!

Mozzarsi la coda, come le lucertole in fuga insomma, non serve!

Autosservazione e anche l’autocritica sono utilissime, ma solo se diventano degli strumenti di migliore lettura di quello che accade in famiglia e non dei tentativi di gestione emergenziale di questioni che si ha paura siano completamente fuori controllo.

Fallimento educativo dei genitori?

La prima riflessione importante da fare può essere: “perché mi sento un genitore fallito?

Molto spesso i genitori con cui parliamo hanno delle idee anche sofisticate su cosa sia un buon genitore. Ci hanno pensato molto magari; ma in quel profilo del buon genitore c’è un difetto.

Il difetto sta nel fatto che un modello che almeno in alcune sue parti è rigido, cioè corrisponde soprattutto ad un’immagine interna di che cosa è un genitore efficace e che si comporta bene.

E qui bisogna puntualizzare: questo modo di pensare non è per niente specifico dell’esperienza dei genitori. 

Si tratta di qualcosa che facciamo costantemente nella vita quando abbiamo bisogno di fare una qualsiasi scelta.  Confrontiamo cioè la realtà con il modello interno che abbiamo di come funzionano gli altri e di come funzionano le cose del mondo. Di questo modello possiamo essere più o meno consapevoli. Molto spesso non lo siamo per nulla perché sono delle cose che facciamo in modo prevalentemente automatico.

Se sentiamo che c’è qualcosa che non funziona nel nostro essere genitori rischiamo di non sapere con molta chiarezza di che cosa stiamo parlando precisamente.

Non sappiamo bene cioè  se ci sentiamo in difficoltà ad esempio

  • perché il ragazzo che abbiamo davanti ci ha ha presentato qualcosa che non sappiamo del tutto gestire
  • o perché sentiamo di aver fatto qualcosa di giusto ma contemporaneamente potremmo sentirci infedeli rispetto al nostro modello interno di buon genitore. Ad esempio possiamo sentirci in crisi perché facciamo qualcosa di diverso rispetto a quello che avrebbero fatto i nostri genitori.

Un’altra fonte importante di questi dubbi sono i modelli esterni a noi,  diciamo i modelli sociali con cui ci confrontiamo nella realtà di tutti i giorni.

  • qual è l’età giusta per uscire da soli?
  • i genitori quanto si devono intromettere nelle faccende private del figlio?
  • qual è l’età sana per il primo amore?
  • quali sono i film che si possono guardare assieme? quali contenuti rischiano di essere invece disturbanti?

Come i modelli interni,  i modelli esterni sono delle guide molto importanti (se sono di qualità almeno discreta!).  Questi modelli, cioè, sono delle cose molto importanti per avere almeno uno spunto su come funzionano i rapporti genitore figlio.

Come tutti i modelli hanno un difetto però, cioè non si adattano bene a tutte le situazioni.  La stessa cosa che ci può fare utilmente da guida, in altre situazioni sarà un ostacolo che ci impedisce di guardare con chiarezza come è fatto uno specifico ragazzo e di che cosa c’è bisogno nel rapporto con lui.

C’è un altro fattore importante.  Alcune specifiche dinamiche che si possono creare all’interno di un rapporto con un ragazzo sono per loro natura più difficili da affrontare. 

È difficile mantenersi in equilibrio  quando la dinamica diventa molto intensa sul piano emotivo, ad esempio

  • quando il rapporto diventa improntato al conflitto, alla provocazione o proprio l’aggressività,
  • o quando un ragazzo gioca sul limite di attività pericolose o che mettono a rischio la sua salute. Per alcuni genitori cioè è molto difficile sopportare l’idea che per crescere sia necessario anche imparare a esercitare un controllo su attività dannose come sperimentare col fumo e gli alcolici. Insomma, per diventare capaci di gestire i veleni i ragazzi hanno spesso bisogno di avvelenarsi un po’..

 In teoria sono cose che si sanno, nella pratica vederle applicate “al proprio cucciolo” è un altro paio di maniche.

Il punto comune di queste varie esperienze e che nella vita possono succedere qualcosa le cose che ci rendano meno capaci di pensare.  Meno sappiamo ragionare su come fare le cose più “ci improvvisiamo maghi”, per così dire,  cioè iniziamo a pensare a fare delle cose a cui attribuiamo il potere di modificare la realtà.

Ad esempio pensiamo e facciamo cose a cui attribuiamo il potere di modificare il rapporto con il figlio, senza però essere più capaci di vedere se c’è davvero un collegamento fra quello che stiamo facendo e i risultati che otteniamo.

Due grandi classici di questo tipo di idee, per quanto riguarda i genitori di adolescenti, sono da un lato il pensiero di aver sbagliato tutto e dall’altro la paura che il figlio sia rotto o cattivo.

Nel primo caso la magia è: “ho deciso che ho il potere di far cambiare le cose se trovo la formula giusta e deve essere qualcosa che sono capace di fare io solo“.

Nel caso del figlio cattivo, la magia può essere al limite far sparire il figlio, ma a dirla tutta è difficile trovare un genitore che desideri sul serio che questo accada sul serio… per cui alla fine se finisce per per sentire semplicemente disarmato!

Che cosa manca, insomma, in queste situazioni?

Manca sostanzialmente un modello un po’ più sottile. Manca la capacità di pensare sul serio a quello che sta succedendo.

Di nuovo, è importante puntualizzare che la maggior parte di queste interazioni avviene in modo spontaneo e non molto razionale. Siamo costretti, invece, a pensare quando le cose facciamo fatica a capirle e dobbiamo, ad esempio, fare uno sforzo maggiore per metterci nei panni dell’altro.

E la soluzione del dilemma a che fare molto con questo, cioè con la fatica di capire come mai un’interazione non sta andando a buon fine.  Come mai non ci si capisca.

In un certo senso, bisogna levarsi dalla testa l’idea di essere genitori buoni o genitori cattivi (in particolare perché quest’ultimo titolo di solito se lo merita chi si mette proprio d’impegno nel combinare dei guai piuttosto macroscopici. Di solito si tratta, in breve, chi si trova a vivere situazioni particolarmente difficili o per via della storia personale o di qualcosa di particolarmente difficile da gestire nel figlio).

Bisogna anche tenere a mente che si ha disposizione più di una cartuccia per queste cose e che dall’altra parte c’è qualcuno che solitamente ha il desiderio di vedere che i suoi genitori sono capaci di capirlo e di accoglierlo  e che quindi sono piuttosto disposti ad aspettare che il genitore trovi il modo di correggere il tiro.

Questa è una cosa di cui gli adolescenti mediamente hanno molto bisogno proprio perché hanno bisogno di essere guidati accompagnati nella risoluzione delle problematiche emotive.

C’è però da dire, che questo spazio, lo spazio in cui si dovrebbe poter correggere il tiro, è proprio quello in cui moltissime di queste comunicazioni in realtà si perdono.

Questo accade perché di solito quel ragazzo non se ne sta ad aspettare passivamente “il secondo tentativo”, un nuovo dialogo in cui il genitore prova nuovamente a capirlo, limitandosi a dire placidamente: “Mamma,  papà, non mi hai capito perfettamente; ti prego riprovarci, io sarò qui ad aspettare”.

È più frequente che i genitori che inorridiscano davanti ai figli che urlano loro contro, pieni di disgusto: “Tu di me non capisci un accidente! Mi fai schifo con te non voglio parlarci!”. Oppure, e non è detto che sia meglio, figli che stanno zitti, chiusi in un’attesa delusa..

Nel caso del rapporto conflittuale, dirsi: “Oddio sono un genitore inadatto perché non l’ho capito!” oppure “Mio figlio è un mostro!” sono due ipersemplificazioni, sul piano psicologico.

Siamo sicuri che quel genitore si debba rimproverare? Siamo sicuri che il ragazzo che ha davanti sia stato in grado di esprimerlo in un modo comprensibile quello che sentiva?  allo stesso tempo,  ha senso considerarlo cattivo se si è espresso, questo magari sì, con cattiveria? È probabile che si senta stupido e ferito quando non si sente capito e che,  come un animale ferito, attacchi.

 Facciamo intanto un piccolo esempio (più avanti ne vedremo in modo più sistematico).

Negli ultimi anni sembra che per gli adolescenti sia diventato meno importante mantenere private le relazioni sentimentali. È molto più frequente che alcuni adolescenti condividano moltissimo dei loro rapporti sentimentali con i loro genitori e pretendano che loro rapporti siano riconosciuti “in modo più pubblico”, ad esempio invitando relativamente presto il partner a conoscere la famiglia e chiedendo o pretendendo di dormire insieme in casa con i genitori.  Non è infrequente che questo desiderio nasca anche quando il progetto di dormire assieme si concretizza in una semplice condivisione affettuosa dello spazio in cui si dorme, un progetto tutto ammantato di una purezza cavalleresca, anche con una certa ingenuità davanti al all’intimità che è naturale che implichi il gesto.

È scontato dire che qui genitori e figli possano non trovarsi allineati,  in mille modi diversi. 

Per alcuni genitori non se ne parla,  e possono rischiare ad esempio,  di perdere di vista il fatto che rischiano di leggere delle intenzioni adulte dove ci può essere uno stare insieme ancora prevalentemente infantile e che quello che viene ricercato dai ragazzi può essere questo un modo di avvicinarsi all’intimità con cautela e vero rispetto dell’altro.

Altri genitori possono, ad esempio, trovarsi perfettamente a loro agio con l’idea che i figli abbiano dei desideri sessuali e che li esprimano senza inibizioni.  E qui ci si può fare la stessa domanda di poco fa: questi desideri ci sono sul serio nei ragazzi e sono pronti a viverli concretamente?  Se così non è, si rischia di nuovo di attribuire a quei due adolescenti dei desideri che non sono i loro, ma con l’effetto questa volta di mettere loro un po’ il fiato sul collo di metterli sotto pressione.

Da queste situazioni possono nascere dei litigi incredibili.

I genitori possono sentirsi bacchettoni oppure possono rimanere confusi oppure ancora possono pensare che i figli sono irragionevoli e che non sanno quello che stanno chiedendo…

Il figlio, dall’altra parte, può trovarsi davanti a desideri che non è per nulla in grado di interpretare ed accogliere con serenità (come tra l’altro è normale che sia alla sua età).  Come succede spessissimo, può “passare la palla ai genitori” non accorgendosi che sta sostanzialmente passando a loro la responsabilità di prendere decisioni importanti, come se quella di dare una forma più chiara ai propri desideri e decidere se vadano accolti oppure no.

Da una situazione del genere può essere quasi impossibile uscire senza che ci sia uno scontro. Quello scontro però può essere molto positivo, perché è l’effetto del tentativo di capirsi e può essere l’unico strumento che porta  i bisogni del figlio e le risposte ai genitori finalmente a riallinearsi.

 Ovviamente questa comunicazione non va sempre così liscia.

Mio figlio adolescente mi odia”: Cosa ho sbagliato?


Possiamo dire che la crisi nel rapporto fra genitori e figli adolescenti dipende dal fatto che i figli hanno delle aspettative, solitamente inconsapevoli, nei confronti dei genitori. Si aspettano di essere aiutati a soddisfare bisogni di natura emotiva.  Possiamo immaginarci questi bisogni come una serie di domande che l’adolescente fa a se stesso.

Dai genitori si aspetta di ricevere delle risposte, risposte che fungano da esempio per imparare a gestire questi suoi bisogni.

Alcuni esempi di queste domande possono essere

  • posso considerarmi interessante?
  • sono meritevole di essere amato?
  • merito di essere punito?
  • posso farla franca in ogni occasione, anche se faccio il furbo?

Su questo genere di domande possono nascere moltissime incomprensioni.

Esempio: figlio che cerca l’autostima

Mettiamo, ad esempio, che per un certo adolescente sia cruciale rispondere ad alcune domande sul proprio valore personale. “Sono bravo? interessante? intelligente?  desiderabile? posso essere orgoglioso di me? mi do abbastanza da fare? eccetera…”

Mettiamo che per i suoi genitori questo tipo di domande non siano mai state un tema particolarmente caldo. Immaginiamo che per loro non ci siano mai stati grossi dubbi.  Immaginiamoci, magari, che se proprio dobbiamo trovare un peccato in questi genitori possano essere persone che si fanno perfino un po’ poche domande di questo tipo.

Questo non vuol dire che stiamo parlando di persone cattive o superficiali,  per loro ha semplicemente funzionato bene fare così. Possiamo ad esempio pensare ad alcune persone ambiziose e competitive, nel lavoro o nello sport, che potremmo conoscere (od essere!) e a quanto sia stato proficuo per loro puntare a testa bassa verso un’immagine personale di successo.  Questa immagine di sé non è però molto compatibile col tipo di risposte che cerca un ragazzo che ha bisogno di rassicurazione. È un ragazzo che è disposto a sottoporre la propria coscienza ad un serio esame, pur di convincersi di valere qualcosa.

Immaginiamo che un ragazzo così inizi le scuole superiori e che abbia bisogno di un po’ di tempo per prendere le misure con il tipo e la quantità di studio che gli viene richiesta dalla nuova scuola. Quindi,  immaginiamo che inizi a prendere una serie di voti negativi o perlomeno non troppo brillanti.  Questa cosa lo riempie di dubbi, sia sotto forma di paura di avere sbagliato nella scelta della scuola, sia, più intimamente, di timore di essere scemo.

Pensiamo a due risposte che potrebbero dare genitori come li abbiamo descritti (in modo piuttosto grossolano) poco fa. 

  • Una risposta potrebbe essere qualcosa del tipo “la scuola è il tuo lavoro“. Devi prenderla seriamente e darti da fare. 
  • Un’altra potrebbe essere quella di colpevolizzare gli insegnanti, colpevoli di dare troppi compiti oppure mai sufficientemente chiari nella comunicazione del programma della verifica successiva.

Questi due modi di vedere la situazione sono perfettamente funzionali per tantissime persone. Sono funzionali per qualcuno che si sente stimolato a far vedere le proprie capacità,  quando riceve un rimprovero del tipo “la scuola è il tuo lavoro”.

Anche dare la colpa agli altri,  comunque, facendolo in modo  quasi volontariamente superficiale, può essere molto funzionale a superare un momento di difficoltà: penso a quanto siano stupidi o cattivi gli altri per liberare la mia coscienza da un peso che ora faticherei a reggere. Superato quel momento ci può essere molto meno bisogno di incolpare gli altri.

Qual è il problema allora? Il problema è che il genitore fallisce nel compito che gli viene assegnato all’adolescente se dice delle cose del genere ad un’adolescente che non è in grado di sfruttarle.   L’adolescente timoroso e bisognoso di costruire una propria autostima che ci siamo immaginati prima molto difficilmente ricava degli incoraggiamenti da questo tipo di risposte. Anzi,  l’unica cosa che rischia di capire è “io così non vado bene”.

Quello che avrebbe avuto bisogno di sentirsi dire è invece che è normale prendere numerosi granchi quando si inizia un’attività nuova e che si ha il bisogno di darsi il tempo di diventare capaci di svolgerla.  Ha bisogno di qualcuno che gli dica: “I tuoi errori sono normali“.  Questo è quel tipo di atteggiamento che si vede al massimo livello negli adolescenti con un’autostima carente.  Il lavoro psicoterapeutico con loro, quando ce n’è bisogno, è fatto in buona parte di normalizzazione degli errori e delle debolezze, proprio perché si tratta di persone che tendono a sovraccaricarsi di responsabilità e colpe.

Quando chi si fa a questo punto tipo di domande viene rassicurato sul fatto che sbagliare è normale, o qualcosa di simile, è molto più facile che ritrovi le risorse per darsi da fare.

Cosa possiamo pensare che succederà, invece, nella nostra famiglia di fantasia? Rischia di succedere che persone che si vogliono bene e che hanno tutta l’intenzione di ascoltarsi l’un l’altra non si capiranno per niente.

Le conseguenze possono essere molteplici. Ad esempio, questa famiglia può capirsi sufficientemente bene su tante altre cose e quindi la scuola potrebbe assumere le sembianze di una sorta di isolotto di incomprensione in un mare di comprensione efficace.

Non riesco proprio a capire come mai mio figlio non vada bene a scuola. Sembra che non sia proprio una cosa per lui!“.

[vedi ad es: mio figlio studia ma non rende]

In questa situazione, il resto della vita può procedere adeguatamente bene.

In altre famiglie, invece,  capita che ci sia un figlio per cui le domande l’autostima sono una cosa molto grossa, una cosa centrale per lui. Questa incomprensione allora non la perdonerà ai genitori. Questa situazione apparentemente banale è però soggettivamente molto importante per il ragazzo, e può dare origine ad una crisi più grande.

Ad esempio, può accadere che un ragazzo si mostri sofferente e irraggiungibile, cioè che si sforzi di far vedere ai genitori che non lo capiscono. Lo fa per fare loro del male? Questa componente ci può anche essere,  ma di solito ha senso pensare che sia una cosa secondaria. Il punto principale è: “Io vi faccio penare fino a che non mi capite. È fondamentale che mi capiate perché quella è la cosa che mi aiuterà a stare meglio. Io voglio delle risposte comprensibili per me alle domande sui miei dilemmi emotivi”.

Questo esempio si presta abbastanza bene, penso, a mostrare come queste situazioni di mancata sintonizzazione possono entrare nel quotidiano e diventare invisibili, a meno che il livello di sofferenza coinvolto non sfondi una certa soglia, diventando così più dolorosamente percepibile.

[Ho scritto uno specifico articolo sulle difficoltà di autostima in adolescenza]

Esempio: figlio conflittuale

Questo esempio parlava di un ragazzo che potremmo definire “mansueto” per indole, cioè una di quelle persone che tendono ad occupare poco spazio con le loro proteste, se possono e riescono.

Ovviamente, non tutti i figli sono così.

Ci sono figli che sono naturalmente più tempestosi e che hanno bisogno di urlare con più forza il loro bisogno di essere compresi.

Come sarebbe assurdo dire che l’effetto di un neonato che strilla tutta la notte è lo stesso di uno che lascia dormire un po’ di più i genitori,  è anche assurdo pensare che un’adolescente più conflittuale non ponga delle difficoltà maggiori ai genitori .

Per me e colleghi di TuoPsicologo è frequentissimo vedere che questo tipo di situazioni influiscono pesantemente sulla autostima dei genitori.

Spesso i genitori sono esasperati,  stufi e contemporaneamente si vergognano. È come se da un momento all’altro si aspettassero che venisse detto loro che tenere le redini del figlio nel loro compito e che si sono mostrati inadatti.

[Ho scritto un articolo apposito sul burnout genitoriale, in particolare materno]

I genitori rischiano di sentirsi così perché magari

Come ho detto tante altre volte, nella maggior parte dei casi non ha senso guardare a queste situazioni come situazioni in cui il comportamento del figlio viene tout court causato dai genitori.

Anzi, la preoccupazione e la mancanza di competenza che sento nei genitori rischia di rendere ancora più difficile riprendere le redini della situazione.

Pensiamo ad una mamma che si porta un lattante su un autobus che inizia a essere un po’ pieno, ed è circondata di gente che è stufa di essere spinta a stare in piedi.  Immaginiamo che il bambino si metta a strillare e che, come ha il sacrosanto diritto di fare alla sua età, in quel momento sia inconsolabile. Se le persone attorno a quella mamma iniziano a guardarla storto,  a sbuffare o, come accade a volte, ad improvvisarsi puericultori della domenica dandole mille consigli senza sapere nulla di lei e di quel bambino, è facile che la mamma si agiti e diventi ancora più difficile tranquillizzare il lattante.

Non è sempre facile riconoscersi il diritto di essere in difficoltà.  Direi che con un adolescente abbiamo un problema importante in più: con lui è più difficile identificarsi che con un bambino piccolo, a cui siamo mediamente più disposti a riconoscere che ci farà crepare di fatica ma il nostro ruolo è quello di prenderci cura di lui.  Visto che il suo cattivo comportamento dell’adolescente rischia di far star male i genitori, tutta l’attenzione rischia di passare al fatto al fatto di far cessare quel comportamento, lasciando poco spazio alla domanda: “Come faccio ad aiutarlo?“.

Ora, non dobbiamo fare finta che tre mesi e 16 anni siano la stessa cosa e che non sia salutare aspettarsi da un’adolescente un certo livello di autocontrollo il senso di responsabilità.

Il fatto che riesca a far perdere la testa ai genitori raggiunge uno scopo non dichiarato nemmeno a se stesso: lo scopo di metterli in allarme e di mobilitarli perché si prendano cura di lui. Il problema è semmai che alcuni adolescenti sono specializzati nell’andare troppo oltre la la soglia di tolleranza dei genitori e quindi il loro comportamento finisce per alimentare un circolo vizioso di rimproveri e recriminazioni fra lui e i genitori stessi.

Un genitore in una situazione del genere può arrivare davanti allo psicologo con la domanda: “Mio figlio adolescente mi odia, cosa ho sbagliato?

È utile imparare a modellare un po’ questa domanda però. Posta così è l’espressione della tendenza a ridurre tutta una situazione complessa a all’idea che come genitore si avrebbe (o dovrebbe avere!) il potere  di modificare ogni situazione di difficoltà del figlio correggendo il proprio comportamento.  Per quanto pieno di buona intenzione, è un atteggiamento che rischia di lasciare poco spazio a quello che quel ragazzo tenta di comunicare.

Nel paragrafo precedente, abbiamo visto l’esempio di un ragazzo che entrava in crisi per dimostrare il suo bisogno di sentirsi sostenuto e apprezzato dai genitori e come per lui sarebbe stato più facile percepirlo se lo si aiutava a normalizzare gli errori e fargli vedere che i genitori per primi erano disposti a tollerarli.

L’esempio del ragazzo molto conflittuale molto spesso è più simile di quanto non sembri a quello del ragazzo mansueto. Cioè,  l’obiettivo fondamentale può essere sempre quello della costruzione dell’autostima, ma il suo modo di arrivarci è diverso.

La personalità di alcuni adolescenti, cioè, fa sì che

  • se si sentono troppo sotto pressione,
  • ad esempio perché pensano che i loro genitori abbiano delle aspettative importanti su di loro,
  • anche quando questi genitori non sono stati particolarmente insistenti,
  • possono sentire l’impulso di comportarsi male, quasi per deludere attivamente le aspettative dei genitori.

È come se nella loro mente il discorso diventasse: “Tu mi vuoi in un certo modo e io ho paura di non poter essere così, per cui sarò io a decidere quello che tu devi pensare e che ti dovrai far andare bene punto. Al posto di un figlio buono avrai un figlio cattivo, che si comporta Male, che ti risponde male, e io ho il potere di importi queste cose. Voglio essere sicuro di poterti andare bene per come sono fatto io e non solo perché sono disposto ad obbedire alle tue richieste“.

Un ragazzo che si pone in questo modo sembra completamente allergico alle regole e completamente incapace di imparare alcunché dalle regole… a meno che prima non ci si metta nell’ottica di fare delle concessioni che sembrano dei fallimenti educativi. 

Ad esempio, con alcuni adolescenti conviene sopportare che escano a lungo la sera durante la settimana compromettendo il sonno, oppure accettare la pretesa di cambiare la scuola con l’obiettivo dichiarato di impegnarsi di meno anche se sarebbero capacissimi e tutta un’altra serie di concessioni che hanno il solo scopo di comunicare: “Guarda che io sono disposto ad ascoltarti e a sintonizzarmi su di te“. una volta che il ragazzo si fida di essere più ascoltato è infinitamente più facile portarlo a vedere che le regole che la maggior parte dei ragazzi della sua età accettano hanno un senso e che sono cose che sono fatte per lui.

Davanti a queste situazioni i genitori possono essere molto tentati di optare invece per il pugno di ferro e diventare sempre più restrittivi allo scopo di non perdere l’autorità. Autorità che pure è necessaria nel rapporto col figlio! Il risultato, però, è che quel figlio rischia di rafforzare la sua narrazione interna di genitori completamente concentrati su loro stessi e sulle loro “regolette“, che non hanno nessun interesse vero per lui e per come si sente.

Come psicologi per noi è veramente importante coltivare il rapporto con i genitori, quando si vede un’adolescente, perché aiuta moltissimo a far emergere la distanza abissale fra le intenzioni dei genitori e le percezioni dei figli (e viceversa ovviamente).

[In queste situazioni può essere particolarmente centrale la rabbia espressa dall’adolescente, su cui mi sono concentrato in altri articoli come quello linkato]

Esempio: bisogni emotivi dei genitori

Ecco, ho appena descritto un figlio particolarmente ostico. Questa situazione però ha ancora un vantaggio, cioè quello di permettere di dire: “Questo ragazzo è difficile per cui è normale che quei genitori siano particolarmente in difficoltà“.

Nell’insieme genitori figli, però, le difficoltà possono dipendere anche dai bisogni emotivi dei genitori.

Uno degli esempi più importanti è quello della necessità di esporre i figli a delle frustrazioni gestibili così che imparino a gestire le frustrazioni della vita.  

Questa può essere una cosa molto difficile per alcuni genitori, per tanti motivi diversi. 

Alcuni genitori ad esempio hanno nel loro passato hanno dovuto affrontare delle fatiche particolarmente grandi. E alcune frustrazioni normali che i figli potrebbero incontrare gliele richiamano alla memoria, cosa che i genitori possono faticare a tollerare. È come se attraverso le fatiche del figlio dovessero rivivere le proprie, facendo però fatica a vedere che nella realtà che vive lui si tratta di cose molto più sopportabili.

Per altri genitori infliggere quella che sembra una sofferenza al figlio è intollerabile perché sarebbe qualcosa che stimola una pesante autocritica nel genitore stesso: “Posso essere sicuro di fare bene a fare così?“. Per questi genitori può essere molto chiaro però che il figlio deve essere capace di imparare a cavarsela da solo, solo che non vedono il contrasto fra questa linea educativa e il fatto che il loro comportamento può essere in netta contrapposizione con essa, se è teso ad evitare le frustrazioni.

Il problema allora può emergere davanti ad un segnale di crisi col figlio, ad esempio se non ci si riesce a spiegare come mai faccia proprio fatica a mettersi in discussione cercando una ragazza.

Oppure, il problema si evidenzia se il ragazzo si comporta in modo prevaricante nei confronti di un altro ragazzo o infrange platealmente le regole della scuola, come se in fondo pensasse di poterla fare franca sempre e comunque. Come se pensasse di non avere limiti… fino a che non li incontra, spingendosi troppo in là nell’infrangere le regole.

In queste situazioni qua si potrebbe dire che c’è un doppio ostacolo:

uno è quello di interpretare come sempre quali sono i bisogni espressi dal figlio. Come abbiamo visto sei molto diverso da come siamo fatti noi possiamo fare una certa fatica ad capirlo. 

L’altro ostacolo è la fatica che fanno i genitori a vincere delle resistenze interne particolarmente forti e dargli quello che chiede.  In questo caso specifico la difficoltà è: “Il tuo star male mi dimostra che hai bisogno di essere meno spaventato nell’affrontare le cose difficili del mondo ma quando si tratta di metterti alla prova  faccio fatica a farlo perché qualcosa che mi fa star male“.

[Ho scritto un articolo specifico sui genitori che tendono ad essere molto accondiscendenti con i figli]

Esempio: figlio che sta male

Gli esempi che ho fatto fino ad adesso li ho fatti sia perché trattano situazioni piuttosto diffuse e quindi può non essere tanto difficile riconoscersi almeno in qualche elemento, ma soprattutto perché devono servire a formulare la domanda: “Che cos’è che mi sta chiedendo esattamente mio figlio? Che non funziona di quello che provo a rispondere io?“.

Questo è fondamentale per uscire da situazioni di stallo.

Come dicevo all’inizio di questo discorso, uno dei rischi principali è quello di farsi travolgere dal senso di colpa, che è sostanzialmente un tentativo di trovare una sorta di formula magica per risolvere ogni problema: “Sono disposto a soffrire io pur di far andare le cose a posto“.

Abbiamo visto che le situazioni di conflittualità sono difficili da affrontare perché bisogna affrontare un ragazzo col dito ben puntato contro i genitori, ma ci sono situazioni che offrono difficoltà completamente diverse. Ci sono situazioni che sono piuttosto difficili da capire nel senso che la logica in cui entra il ragazzo (è apparentemente) distante dalla logica condivisa da tutti.

Quello che ho in mente sono le reazioni dei genitori alle situazioni in cui i figli hanno sintomi “invadenti” sul piano psicologico.

Per “invadenti” intendo “roba che confonde e spaventa i genitori”; non è detto che si tratti  per forza di situazioni gravi.

Ad esempio ragazzi

possono fare una serie di cose illogiche che genitori è normale non sappiano come prendere

L’esito allora che i genitori si sentono impotenti, ad esempio se vedono un figlio che è prova un un’ansia paralizzante se devo uscire di casa (agorafobia), se ha una paura irrazionale dello sporco e passa molto tempo a lavarsi le mani e pulirsi,  ho anche “solo” se non si sente capace di stringere legami con gli altri,  o passa le giornate davanti ai libri senza riuscire a imparare o se non riesce a dare esami all’università anche se è  sempre stato un bravo studente.

Di nuovo, è importante capire che questa è una lettura troppo semplicistica (per fortuna!),  e che se ci si sgombera di quella paura diventa molto più facile entrare nelle dinamiche di un figlio che esprime delle difficoltà in un modo più vistoso o più rigido,  capendo sul serio che cosa gli può far bene e cosa rischia, ad esempio, di spingerlo a irrigidirsi ancora di più.

È molto importante non ridurre queste cose a delle domande assolute: “Ho sbagliato con mio figlio quindi gli ho fatto male oppure posso dire che sono un buon genitore?“.

Come in tutte le altre situazioni che abbiamo descritto, è importante entrare nelle logiche di come uno specifico adolescente esprime la sua emotività e rispondere di conseguenza. Solo così si può evitare il rischio di fare una cosa come

insistere perché un ragazzo agorafobico, cioè diciamo che ha forte ansia ad uscire di casa, provi a uscire “almeno un pochino”

oppure al contrario lasciare totalmente campo libero ai rituali di un ragazzo che ha un disturbo ossessivo compulsivo, assecondandolo senza limiti.

Sono due cose che non aiutano il ragazzo in difficoltà a stare bene ma quello che solitamente si vede è che i genitori le fanno per colpa dell’ansia, cioè perché i suoi genitori sono così presi dalla paura di aver sbagliato e fatto male al ragazzo che hanno l’urgente bisogno di provare a loro stessi di saper riparare la situazione e cercano urgentemente le prove di questa riparazione in azioni e pretese che dovrebbero avere la funzione di curarlo.

Come abbiamo visto, questo non ha senso e rischia di essere dannoso. È molto più importante capire come funziona la sua mente e sintonizzarsi su di essa.

Non riesco a parlare con mio figlio adolescente: dalla teoria alla pratica

Problema: Non riesco a parlare con mio figlio adolescente!“.

Come abbiamo visto è qualcosa che ha a che fare soprattutto con un mancato allineamento fra suoi bisogni e le risposte dei genitori.

I consigli generici o le strategie educative buone per tutte le stagioni tipo “basta essere disponibile al dialogo, bisogna ascoltarlo e insegnargli ad ascoltare le sue emozioni” rischiano di cadere nel vuoto, perché i genitori sentono di non avere in mano abbastanza strumenti  per gestire le interazioni del quotidiano.

Con gli esempi che ho fatto prima ho descritto quali sono le emozioni che si possono muovere negli adolescenti e, parallelamente, nei genitori e confido che tante persone si riconoscano in quelle cose.

Il passaggio dalla teoria alla pratica però può essere difficile. Capire quelle situazioni rimane il punto centrale perché, una volta che si capisce cosa sta succedendo e si riesce a entrare nell’ottica di quello che pensa il figlio, è molto più facile che si diventi capaci di dare spontaneamente delle risposte che siano allineate con i suoi bisogni emotivi. Questo, però, è un processo che viene costantemente consolidato da esperienze pratiche di successo comunicativo con i figli. Bisogna avere il sollievo di vedersi concretamente capaci, insomma.

Una piccola osservazione: i genitori che si pongono il problema di come risolvere difficoltà con i figli spesso hanno fatto delle ricerche più o meno lunghe e hanno sentito le opinioni più varie su queste questioni. Limitandosi al mondo della psicologia, questi genitori-ricercatori avranno visto che psicologi diversi hanno approcci molto diversi (almeno apparentemente) allo stesso tipo di questioni.  Ad esempio è facile che psicologi psicoterapeuti di impostazione psicoanalitica come me si soffermino più a lungo sull’assetto mentale globale di un genitore nel rapporto con un figlio e che uno psicologo psicoterapeuta di formazione cognitivo comportamentale sia più minuzioso di alcuni comportamenti e situazioni che si ripetono e nella costruzione di precise risposte mirate a gestirli.

Credo che sia molto importante non perdere di vista il fatto che si sta parlando di un unico processo globale e che saremo più efficaci quando più abbiamo a disposizione un metodo di lavoro elastico: il professionista deve trasmettere un modo di comunicare con i figli che sia capace di adattarsi ed essere efficace nella situazione concreta che quella famiglia vive in casa.

 Insomma è importante dubitare del “si fa così!” spalmato su ogni possibile situazione, a meno che quel si fa così non sia molto contestualizzato all’interno di una specifica situazione (“ti insegno a fare x e solo x”).  Bisogna che siano i genitori a sentirsi capaci e non di correre il rischio di sentirsi persi non appena il loro “eccezionale supervisore” si allontana.

Esempio 1: Se sto male è colpa tua

Primo esempio. Il ragazzo dice: “Se sto male è colpa tua.

Poniamoci prima di tutto il problema di capire se rispondere: “Scusa non ti ho capito“.

È una risposta valida in questo caso? Questa è una risposta che ci può piacere molto, perché denigrando il nostro comportamento e mettendoci a livello dell’adolescente possiamo essere tentati di sentirci molto virtuosi. Beninteso: è una forte tentazione anche perché una cosa che spesso è molto utile. È normale che gli adolescenti si sentano insicuri. Ricevere il riconoscimento e la validazione di un adulto è importante: “Quello che pensi ha senso ed è una buona idea combattere per esso“.  Questo è particolarmente importante con i ragazzi che tendono ad attribuirsi tante responsabilità e a far vedere troppo poco quello di cui hanno bisogno.  Vanno aiutati a far emergere quella roba lì.  Sminuendo se stessi e la propria autorità di adulti ai genitori spesso non si corrono troppo rischi, perché quell’adolescente non fa fatica a riconoscere il bisogno di un’autorità a cui appoggiarsi e da cui imparare. È però importantissimo chiedersi: “Mio figlio è così? Ha queste caratteristiche e questi bisogni?“.

Alcuni ragazzi fanno molta fatica ad appoggiarsi all’autorità.  Se gli si risponde “scusa non ti ho capito” in modo acritico,  se si usa l’atteggiamento morbido e accettante come risposta universale si rischia di far stare male  quegli adolescenti che hanno caratteristiche diverse da quelle che abbiamo appena descritto per quanto riguarda il figlio e per così dire incline al senso di colpa.

In alcuni casi si può pure iniziare dicendo “sì è vero non ti ho capito, ho perso di vista il fatto che risponderti con quel tono o dirti di no ti avrebbe fatto stare male“. Ma è importante continuare con: “Però mi ci hai portato tu a fare così. Ad esempio perché prima mi usi come un bancomat chiedendo favori, regali e soldi e dopo non rispetti i patti. Io mi sento deluso perché così è impossibile andare d’accordo“.

E non illudiamoci tra l’altro che questo sia sufficiente per produrre una miracolosa riappacificazione.  In alcuni casi uno scambio del genere serve soprattutto  perché un ragazzo dica: “Per forza faccio così, ti tratto male perché tu mi hai fatto stare male prima. Ad esempio perché mi ha imposto di continuare a fare sport quando io a inizio anno ti ho detto che volevo lasciare la squadra“.

Questi scambi sono importanti per far emergere altre incomprensioni e per spiegare anche piccole cose come “Ho insistito perché non ero convinto che tu volessi lasciare sul serio e perché penso che andare a calcio ti faccia bene“.  Qui, di nuovo, la cosa importante può essere quella di responsabilizzare contemporaneamente il ragazzo.  “Tu perché non sei riuscito a dirmi no? Cos’è che ho fatto io che ti ha convinto? E via discorrendo finché non si riesce a sintonizzarsi di più“.

Esempio 2: Tu non sei mica normale

Altro esempio: “Tu non sei mica normale! Gli altri genitori le lasciano fare queste cose (come uscire nelle serate infrasettimanali, stare svegli fino a tardi, fumare erba in casa un po’ di tutto insomma, dalle richieste su cui si può discutere a quelle meno ragionevoli).”

Questa è una domanda che può essere veramente centrale per un’adolescente che così impegnato a rispondere a domande su cosa sia normale, cosa sia giusto e cosa possa andare bene per lui.

Prima di tutto bisogna uscire dalla palude dei termini assoluti che vengono usati nella domanda. È utile pensare (ma non dire magari): “Caro mio il punto non è il giusto o lo sbagliato in assoluto, ma acquisire gli strumenti che permettono di valutare una situazione specifica.”.

È importante non rimanere impantanati  in risposte come: “Ma ti sembrano cose da chiedere!?“, perché si rischia semplicemente di essere accusati di essere irragionevoli e di non accettare il dialogo. Anche se alcune cose sembrano autoevidenti vale la pena di spiegarle,  proprio perché quel ragazzo  si starà chiedendo se si tratta di regole che ha senso rispettare oppure no.

Anche qua valgono alcune delle riflessioni di prima.  Se un ragazzo tende ad accettare i limiti senza troppi dispiaceri,  può avere senso interpretare questa sua lamentela come un “mi fai raggiungere il mio limite, ho bisogno di un po’ di libertà in più“. Il fatto di concedere questa libertà potrebbe non essere diseducativo o pericoloso.

Ci sono poi dei ragazzi che vogliono litigare ad ogni costo.  Ragazzi cioè che che propongono delle  condizioni inaccettabili.

Il momento della discussione è spesso il peggiore per riuscire a ragionare assieme,  ma la situazione che si è creata può servire per riprendere l’argomento e dirgli: “Sai che non voglio che fumi in camera perché non accetto che tu fumi e non accetterei mai che tu lo facessi in casa mia. Io non posso accettare che tu chieda il permesso di farlo a me perché non voglio fare qualcosa che ti fa male. Se mi chiedi queste cose ti comporti da bambino che vuole fare le cose da grandi ma paura di farle senza la supervisione degli adulti. Questa cosa non funziona perché siamo tutti e due frustrati e non ne usciamo vivi. So benissimo che sei grande e se vuoi che ti tratti come tale non puoi pensare di scaricare su di me le responsabilità“.

In molti di questi discorsi le cose che rimangono non dette. Quello che rimane implicito è importante quanto le cose che vengano dette direttamente.  Ad esempio nel caso dell’ultima risposta, si allude al fatto che ragazzo farà delle cose con cui i genitori non sono d’accordo, che questo è normale, inevitabile,  ma anche che i genitori rinunciano al controllo totale perché è l’unica condizione che permette sul serio quel ragazzo di diventare responsabile.

Insomma non occorre spiegare tutto;  anzi se se ci si mette a fare dei lunghi discorsi può essere più facile non capirsi (e si rischia di arrivare troppo in anticipo sulla capacità di accettare o capire alcune parti del discorso che quell’adolescente ha). L’importante è centrare il punto di quello che è il tasto dolente per quel ragazzo in quel momento.

Esempio 3: Non mi hai mai capito – Con te non si può parlare

È utile pensare che que due primi esempi siano casi singoli di categorie più grandi e che parole simili possono essere usate per comunicare gli stessi concetti.

Si può immaginare una serie di frasi simili a “sto male per colpa tua“, che hanno la stessa funzione di colpevolizzare i genitori.

Un esempio può essere: “Non mi hai mai capito, nemmeno quando ero piccolo.”

Ciascuna esempio mette in luce un un aspetto leggermente diverso e si può utilizzare per confrontarsi su contenuti leggermente diversi. Ad esempio, pensiamo che queste accuse in definitiva vogliano dire “Mamma/papà ho bisogno che tu mi faccia da guida e che tu lo faccia in un modo comprensibile per me” e rispondere di conseguenza, rimanendo aderenti al significato che ha la frase sul piano emotivo (cioè il significato che ha questa cosa detta in questo modo, nel complesso del nostro rapporto).

Ad esempio, l’accusa legata al fatto che non sarebbe mai stato capito può essere usata per confrontarsi su un episodio specifico. L’episodio in questione può essere ad esempio un semplice “Hai cambiato la mia scuola quando ero alle elementari questo mi ha reso difficile farmi delle amicizie solide“.

Spesso si troverà che sotto alle accuse rivolte ai genitori ci sono delle auto-accuse che il ragazzo rivolge a se stesso, ed è qui che bisogna aiutare a guidarlo.  “Si è vero ti ho cambiato di scuola ma ci dovevamo trasferire” oppure “Probabilmente ho sbagliato, ma ero convinto di farlo per il tuo bene. Però, tesoro mio, ci sono tanti bambini che gli amici riescono a farseli anche se si trasferiscono. Purtroppo bisogna che pensi se per te è stato difficile farti degli amici, ad esempio se avevi paura di non riuscirci. Dare la colpa a noi o alla sfortuna purtroppo non risolve questo problema“.

Per quanto riguarda poi la seconda variazione sul tema “Sto male per colpa tua“, possiamo osservare che alcuni approcci hanno a che fare soprattutto con dei tentativi di svalutare completamente il genitore.

“Con te non si può parlare, è inutile.”

E come sentirsi dire “tu non mi servi a niente“.  Molto spesso questa è soprattutto una grande menzogna travestita da accusa velenosa. Quel ragazzo, cioè, molto probabilmente ha molto bisogno dei genitori, se li rifiuta così violentemente. Bisogna chiedersi come aiutarlo a riconoscere questo bisogno, trovando le parole giuste per lui.

[Ho scritto un articolo sui figli che non parlano ai genitori]

Con alcuni adolescenti si potrà riprendere qualche episodio in cui il ragazzo ha cercato attivamente i genitori, anche attraverso una discussione che sembra apparentemente uno sfogo. Riprendendo un piccolo esempio di prima, a volte  davanti a un ragazzo che chiede candidamente di fumare in camera, se gli si dice “Poi sei poco furbo, perché mi conosci e se me lo chiedi è impossibile che ti dica di sì” può sembrare di non fare altro che un semplice rimprovero ma in alcuni casi diventa il ponte per una presa di coscienza. Può sembrare assurdo, ma è normale che alcuni ragazzi vadano messi di fronte alle prove del loro atteggiamento dipendente prima di essere in grado di rivederlo. Davanti a questa risposta alcuni possono prendere coscienza del loro bisogno di far sapere tutto a mamma e papà, e lo imparano in un modo naturale, nel modo in cui impariamo la maggior parte di queste cose,  cioè senza grandi spiegazioni.

 E, fra parentesi, gli psicologi essi entrano in campo su queste cose quando questo tipo di comunicazione naturale entra in stallo o degenera. Mettersi lì a spiegare le cose minuziosamente serve soprattutto a riavviare una comunicazione naturale in cui la comprensione razionale torna ad essere secondaria.

Se siamo entrati nel meccanismo di questi “botta e risposta” possiamo forse già vedere che se un’adolescente dice “con te non si può parlare” in altri casi ha senso invece provare a prenderlo alla lettera e chiedersi se non si vero.

  • Quando ci parla di alcune cose ci angosciamo troppo, forse?
  • C’è qualcosa nel suo atteggiamento che ci infastidisce e questo fa sì che abbiamo smesso di dargli attenzione?

Insomma, può essere necessario un esame di coscienza, ma produttivo, nel tentativo di raccogliere indizi sulle ragioni di quel ragazzo.

Esempio 4: Mi fai vergognare – Non ti racconterò mai più niente – Tanto decidi sempre tu

A proposito di quest’ultimo esempio, cioè le situazioni in cui dobbiamo chiederci se l’adolescente ha ragione, faccio una serie di esempi lampo.

Mi fai vergognare.”

Questa è una cosa interessante perché può essere un segnale di tante cose su cui quel ragazzo può avere ragione. 

Può vergognarsi se si sente infantilizzato, ad esempio, e anche se ha dei tratti infantili ancora molto evidenti, è importante che si senta sostenuto da parte dei genitori nei suoi tentativi di diventare adulto. È normale che sia quindi ipersensibile davanti a piccole cose come chiamarlo “bambino”, con tenerezza, mentre si sta parlando con la mamma di un suo compagno. Lui, parallelamente, potrebbe sentire che, facendo la prima superiore, ha la responsabilità di non essere più il bambino.

Quando dice “mi fai vergognare“, può trattarsi anche di un segnale che suggerisce che si stanno anticipando i tempi con lui, ad esempio dando per scontato che accetti di ammettere a voce alta di pensare alla sessualità.  È probabile che sia una cosa che occupa un certo spazio nella sua mente ma può essere troppo presto per portare quei generi di contenuti scopertamente alla coscienza o almeno di farlo in famiglia.

C’è un “ma” importante da tenere a mente: con alcuni ragazzi se non li si anticipa, se non li si spinge un po’ avanti, si vede che fanno fatica a crescere: infliggere delle piccole dosi di vergogna può essere necessario perché lei aiuta a misurarsi  con cose che fanno fatica ad affrontare ma che sarebbero pronti ad affrontare. 

Non occorre specificare che si tratta di un equilibrio molto delicato.

Sempre per la serie “ma ha ragione lui o ha ragione io“, il ragazzo può dire: “Non ti racconterò mai più niente.”

Qui bisogna chiedersi: ma si è sentito tradito sul serio? Il fatto che la mamma abbia parlato di qualcosa della sua vita con la zia e lui sia venuto a saperlo l’ha fatto sentire  troppo scoperto?

Non importa se la cosa che è stata rivelata non è niente di che, fosse anche una piccola operazione alle dita dei piedi per cui prova un imbarazzo che agli occhi di un adulto è smisurato. A volte bisogna giocare a covare un segreto, proprio perché allearsi con lui sul fatto che alcune cose possano rimanere segrete permette di mettere quelle cose al centro della scena. Permette cioè di discuterne insieme e di chiedersi: “perché sono così importanti per te?“, “Di che cos’è che ti vergogni tanto?“.

 Un altro esempio

Tanto decidi sempre tu, non mi lasci mai scegliere.”

Anche qui possiamo concentrarci su due polarità opposte: “Ha ragione? Sta sottolineando che i suoi genitori gli tolgono le cose dalle mani e non gli lasciano responsabilità compatibili con la sua età?Oppure sta chiedendo che gli si comunichi un limite sta chiedendo che gli si insegnino i criteri per capire che cos’è che è in grado di scegliere e cosa invece non è ancora capace di fare?“.

In questo secondo caso può essere importante, come abbiamo detto prima, rendere meno universale il discorso e concentrarsi sotto gli episodi concreti.  “Mi fido meno di te e ti lascio meno libero di uscire da quando, dopo la discoteca, sei andato in auto col fratello neopatentato del tuo amico, senza chiederti se avesse bevuto o meno. Dimostrami che mi posso fidare di nuovo di te“.

Esempio 5: Non voglio diventare come te

Propongo ultimo esempio che trovo particolarmente importante.

Non voglio diventare come te”.

Questa è una di quelle cose che un’adolescente può dire quando è particolarmente pieno di rabbia e su cui si può far fatica a tornare si può far fatica a riprendere il discorso e restituirgli un senso più profondo.

Immaginarsi grandi è difficile per gli adolescenti.  Il modello che trovano nei loro genitori è uno degli appigli più importanti che hanno per avviarsi in quella direzione. È un genere di cosa che riescono a rappresentarsi ben poco, molto spesso.

Può essere molto importante anticiparli e guidarli in queste riflessioni. Può essere, tra l’altro, una cosa faticosa e anche dolorosa per i genitori, perché fra le specializzazioni c’è dei figli cioè quella di cogliere le difficoltà e anche le incoerenze dei genitori.

Che cosa intende esattamente quando dice non voglio diventare come te?

  • Sta sottolineando un atteggiamento ansioso dei genitori, e lui vuole sentirsi più forte? 
  • Sta dicendo che passano troppo tempo al lavoro e si chiede come sarebbe non avere più tempo per sé, una volta diventato adulto?
  • Si chiede se sia possibile guadagnare di più rispetto ai genitori ed essere più indipendenti nel lavoro queste cose in questi anni sono molto nella testa degli adolescenti?

Non è solo una questione di confronto per contrasto, però. Capita spesso di vedere adolescenti che non si rendono conto di quanto si sentano messi alla prova dall’amore autentico che è stato dato loro dai genitori. È come se si chiedessero se riusciranno a essere brave persone come loro. Per spegnere questa domanda insistente, ansiogena, allora, possono essere tentati di svalutare i genitori: “non c’è niente di desiderabile in te per cui io non sentirò nessuna pressione“.

Anche qua, è importante aiutare a ragionare il ragazzo e per farlo si è costretti a propria volta ragionare un bel po’. Spesso, nel lavoro psicoterapeutico con gli adolescenti è utile che lo psicologo faccia degli esempi sulle scelte, le preferenze e le cose che sono accadute nella propria vita. Lo scopo non è né quello di insegnare che “le cose si fanno così!” (anche se lo spunto pratico talvolta è utile in sé),  ne tantomeno quello di sostituirsi ai genitori fornendo una sorta di modello alternativo. 

Anzi,  dire con tranquillità: “Nella vita si fanno delle scelte e a volte si fanno delle scemenze; inoltre si sacrificano delle cose per averne delle altre e io, ad esempio, etc. etc.”  è una cosa che aiuta i ragazzi a tentare di leggere il senso di quello che sanno della vita dei genitori, a fare qualche domanda in più a loro e soprattutto a riuscire a ragionare su loro stessi.

Cosa penso di saper fare? Come sono fatto io che cosa è più importante per me?

Ecco, non c’è bisogno di fingere di avere tutto perfettamente sotto controllo; è importante dare invece a quel ragazzo delle informazioni che gli fungano da nutrimento per fargli funzionare meglio la testa.

 

Come gestire il senso di colpa verso i figli

Dunque, se il tema è sintonizzarsi con i bisogni emotivi dei figli bisogna non solo capire come avvenga questa sintonizzazione ma anche avere dei parametri chiari per valutare la direzione di tutto il rapporto con l’adolescente. È una cosa diversa rispetto alla valutazione del singolo dialogo con lui.

È molto frequente vedere genitori che si sentono molto in colpa di come va, globalmente, il rapporto con i figli.

Il senso di colpa nei genitori di figli adolescenti riguarda spesso il timore di non averli capiti.  di non essere stati capaci di arrivare abbastanza presto ad accoglierne le richieste, finendo così di conseguenza per danneggiarli.

Il punto centrale di questo discorso e che le imperfezioni della sintonizzazione fra genitori e figli non solo sono una cosa naturale e inevitabile, ma che è proprio necessario che queste imperfezioni ci siano. Sono necessarie per uno sviluppo sano, insomma.

Se vi interessa la comprensione del rapporto genitori figli e la psicologia potreste aver incontrato le parole stra-famose di Donald Winnicott,  che invita a pensare che i figli non abbiano bisogno di un genitore perfetto ma sufficientemente buono  (è l’idea della “good enough mother” di Winnicott).  Il tema non è solo quello di essere ragionevolmente capaci di cogliere l’emozioni del figlio e di sostenerlo nella loro gestione, ma anche capaci di educarlo alla realtà, che è fatta anche di frustrazioni.

Anche rimanendo all’interno del mondo della psicoanalisi, c’è una serie infinita di autori che portano l’attenzione su temi simili. Personalmente, ad esempio mi piace molto la formulazione di Ronald Fairbairn che dice che se nella nostra vita non ci fossero le frustrazioni e disallineamenti con chi si prende cura di noi,  non dovremmo nemmeno porci il problema di una  distinzione fra noi stessi e l’altro. L’esperienza sarebbe semplicemente un fluire ininterrotto di sensazioni gradevoli.

Visto che questo è impossibile, cioè non esiste un essere umano che vive in questa condizione, questa astrazione spinge a pensare proprio all’inevitabile serie di mancate sintonizzazioni a cui abbiamo detto che dobbiamo fare attenzione  nel rapporto genitori figli!

Quindi, stiamo dicendo che il fallimento a capire empaticamente il figlio è un’esperienza molto presente nel rapporto genitori-figli. Dobbiamo anche pensare al fatto, poi, che i genitori hanno per definizione il compito  di occuparsi dei figli e questo li spinge naturalmente a tentare di limitare al minimo i fallimenti empatici.

Cosa succede se si mettono insieme queste due cose? Succede che la natura stessa del rapporto normale con i figli finisce per sovraesporre i genitori all’esperienza del proprio fallimento: i genitori si trovano ad essere naturalmente sovraesposti al rischio di pensare di sbagliare, continuamente.

Come ci si occupa di questa faccenda? Come gestire il senso di colpa verso i figli?

Qui mi soffermo su un punto che riguarda uno dei fraintendimenti più importanti in cui incappano i genitori di adolescenti: molto spesso i genitori di adolescenti si trovano a pensare che i rapporti che sono caratterizzati da  conflittualità,  emotività negativa,  parole velenose e provocazione sono rapporti che non vanno bene. Rapporti in cui i genitori avrebbero fallito.

In breve,  di solito non è così.

La maggior parte dei rapporti di questo tipo sono faticosi ma sono anche emotivamente molto rilevanti per l’adolescente che ne alimenta la conflittualità.

Quello che che stanno vedendo è un’intensità emotiva che è positivo che ci sia… anche se non è piacevole! Un’assenza di contatto sarebbe molto più preoccupante.

Sentirsi troppo in colpa fa perdere di vista l’obiettivo di cui abbiamo parlato fino ad adesso, cioè  capire le emozioni che vengono comunicate ed aiutare il ragazzo a gestirle.

Capita di non capire, per mille motivi. Spesso, motivi diversi dall’ottusità del genitore.

Molto spesso mostrare la volontà di mettere da parte i propri sentimenti feriti e mettere al centro le difficoltà che quel ragazzo esprime attraverso le accuse viene recepito molto positivamente dagli adolescenti che si comportano in questo modo.

Certo,  il cambiamento non è immediato. Quello che deve accadere è ridare spazio alla fiducia che quel ragazzo ha nel fatto di poter essere ascoltato e nel fatto che lui si interessi progressivamente a capire in prima persona cosa c’è che non va.  È come se quell’adolescente dovesse capire che crescere vuol dire passare

  • dal delegare questa comprensione dei propri stati emotivi a mamma e papà
  • ad assumersene sempre di più la responsabilità in prima persona.

Non è divertente accorgersi del fatto che crescere vuol dire assumersi progressivamente la responsabilità di capire come si è fatti. Non è divertente nemmeno accorgersi che implica il fatto di diventare capaci di spiegarsi agli altri, così da riuscire a creare un legame emotivamente soddisfacente con loro.

Accorgersi ed accettare queste cose è più difficile per alcuni ragazzi che per altri, ma anche per loro devono percorrere questa strada e, di conseguenza, a ricostruire un rapporto positivo con i genitori: col tempo diventa meno urgente dare a loro la colpa di tutto.

Quando ha senso coinvolgere uno psicologo?

Come succede sempre quando si descrivono questi processi in astratto, mancano tutte quelle specificità che rendono più facile o complicano un lavoro del genere.

Nei paragrafi precedenti di questo articolo abbiamo visto che sia le caratteristiche dell’adolescente che le caratteristiche dei genitori, oltre alle loro specifiche storie, possono portare nella loro relazione qualcosa che la semplifica o complica.

Tutte queste cose ci possono rendere più o meno capaci di capire quello che succede, di gestirlo dentro di noi  e di trovare le risorse per affrontare questo genere di situazioni.

Non direi che, in queste situazioni, il ruolo dello psicologo sia principalmente quello di sapere cosa fare

Quando si ha a che fare  con situazioni  iper complesse come i rapporti personali,  in cui si mescolano un’infinità di variabili di cui è attualmente impossibile (e probabilmente anche inutile) tenere conto all’interno di un modello della situazione che sia perfettamente aderente alla realtà.

 Il ruolo dello psicologo ha più a che fare col fatto di aiutare le persone a vedere quello che succede in casa certo in un modo realistico, ma anche concretamente utilizzabile. Si tratta cioè di aiutare una famiglia a vedere le cose in modo che sia compatibile con il loro modo di pensare e il loro modo di affrontare il mondo.

Parlare insieme delle difficoltà nel rapporto con un figlio adolescente vuol dire essenzialmente ritornare più capaci di imparare cose nuove dalla realtà della vita in cui siamo immersi.

Come dire:

“Ad una certa situazione ho avuto la tentazione fino ad ora di rispondere sempre nello stesso modo perché era semplicemente il meglio che sapevo fare.  Allenarmi a forzare i miei limiti mi aiuta a inquadrare in modo diverso quello che mi dice mio figlio e quindi a reagire e rispondergli in un modo diverso. Insieme si capisce cosa funziona di più con lui”.

Una buona seduta

Un esempio di buona seduta,  all’interno di un lavoro di sostegno ai genitori di questo tipo, lo vedo ad esempio quando faccio un’ipotesi su perché una certa reazione non funzioni nel rapporto con l’adolescente di cui si sta parlando e allora propongo un’alternativa. Li, se tutto procede bene, può darsi che un genitore mi faccia notare alcuni motivi per cui la soluzione che propongo potrebbe non funzionare (ad esempio perché è troppo rigida). Contemporaneamente, però, a quel genitore può venire in mente un’alternativa, che riprende magari il succo di quello che ci siamo detti, ma lo cala più efficacemente all’interno di quella specifica vita familiare. Una cosa che quel genitore inevitabilmente conoscerà meglio di me.

 Sarebbe assurdo pensare che lo psicologo possa conoscere uno di questi adolescenti meglio dei suoi genitori. Quello che uno psicologo (buono o… abbastanza buono!) può fare è soprattutto far arrivare ai genitori un messaggio del tipo: “Secondo me si è perso questo pezzo importante, oppure secondo me la sua risposta lascia da parte questo elemento che suo figlio stava provando a comunicarle“.

Quando si dà un’interpretazione corretta di quello la conseguenza non è che i genitori allora eseguono come dei robottini quello che si dice loro di fare.

È come se si sbloccasse un potenziale che c’è già dentro di loro e diventano più capaci di prendere autonomamente il timone della relazione con quella adolescente.

Questa prospettiva del “ricco potenziale da sbloccare” rovescia completamente la prospettiva con cui molti genitori arrivano (che spesso assomiglia di più a quella della persona incompetente da riaddestrare).

L’ottica è: visto che la vita ci obbliga ad affrontare dei problemi che ci risparmieremmo volentieri, tanto vale fare il possibile per per trasformarle in qualcosa di appagante per tutti.